Fini prova a ricominciare da dove aveva lasciato il suo popolo. E si accorge che è il suo popolo ad averlo lasciato. Mirabello, anno 2014. L’ex presidente della Camera ha chiuso la Festa tricolore davanti ad appena 200 persone. Qui, nella bassa ferrarese, per trent’anni con Almirante prima e il suo successore poi la destra italiana lanciava ogni anno il proprio programma politico. E ad applaudire erano migliaia di persone dalla platea della piazza centrale del paese.

Ora il Tricolore con la flebile fiamma della destra che fu sventola sui terreni dell’azienda agricola privata di Vittorio Lodi, il fondatore della kermesse, fedelissimo di Fini. Più finiano dello stesso Fini, se è vero che è stato lui a convincere il fondatore di Futuro e Libertà a tornare dopo un anno di pausa a Mirabello. Che senso ha l’iniziativa? “Perché la storia continua”, è stata la risposta di Lodi. Eppure, all’indomani del discorso per pochi intimi, quella domanda ritorna. Nel 2010 l’uomo di Fiuggi lanciò la “lunga traversata nel deserto” che doveva portare i suoi fuori dal Pdl per approdare a Futuro e Libertà. Quell’approdo fu un naufragio. E in questi anni i reduci finiani hanno potuto solo fare piccole manovre di cabotaggio. E Mirabello non ha fatto eccezione. Tanto che appena un anno dopo, quando Fini annunciò la decisione di non dimettersi da Montecitorio, nemmeno i fedelissimi riuscirono a tapparsi le orecchie quando il discorso venne interrotto dai fischi del pubblico.

Stessa scena, senza molti riflettori ormai, l’anno dopo. Nel 2013 il leader di Fli nemmeno si presentò. Quest’anno il triste remake. Il titolo del sequel è “LiberaDestra”, l’associazione “che non è un partito e non si vuole presentare alle elezioni”. Almeno per il momento, perché “cominceremo entro qualche settimana un giro d’Italia per parlare con gli elettori, per farci raccontare le loro idee”. Idee e persone, senza organigrammi, anche perché “non abbiamo niente, solo la passione e l’entusiasmo”. Vedremo tra un anno, magari a Mirabello 2015: “ci rincontreremo e tireremo le somme. Verificheremo se ci saranno le condizioni per trasformare questa associazione in qualcosa di più organico, e spero ci saranno”. In attesa del giro delle cento città Fini si cosparge il capo di cenere, e ammette che nel fallimento della destra “non sono esente da responsabilità, ho commesso errori. Il tempo è galantuomo e dirà in che percentuali”. Per ora gli analisti le percentuali le danno al suo ritorno in politica: un poco fiducioso 0.5%.

Ecco allora che non rimane che sfidare i rivali da lontano. A cominciare da Renzi, un “Capitan Fracassa” con la “sindrome dell’annuncite” che “non è credibile”, come i suoi 80 euro, che “non diremo mai che sono un errore, ma costano parecchio e non hanno contribuito ad aumentare i consumi, mentre sarebbe stato più saggio spendere quei soldi per introdurre il quoziente familiare, o per intervenire sulla pressione fiscale sulle imprese o sulla tassazione sulla casa: c’era l’imbarazzo della scelta”. Per Fini invece, a sorpresa, “l’alternativa si chiama Grillo, probabilmente artefice del fatto che le persone ora fanno politica creando associazioni più che iscrivendosi ai partiti”. E Berlusconi? non pervenuto.

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