“Fermo restando il mio dovere di essere imparziale come presidente della Camera…”. È la frase che fa irrigidire la platea di circa diecimila persone accorse da tutt’Italia a Mirabello per il discorso conclusivo della festa tricolore, la kermesse nazionale di Futuro e Libertà. Fini non si è dimesso. E a quel “fermo restando” qualche frangia ha sostituito gli applausi ai fischi. Timidi, per carità. Ma significativi di quello che attendeva la base dal suo leader.

Gianfranco Fini ha appena messo in tasca la tessera numero uno del partito. Ha appena promesso che scenderà “nelle piazze e ovunque si possa ridare forza al popolo di centrodestra”. Ma lo farà da presidente della Camera in carica.

È passato un anno da quel 5 settembre. Da quella dichiarazione di fallimento del partito del predellino. Da quel “Il Pdl non esiste più”. Oggi “la marcia nel deserto si è compiuta”, anche se all’appello mancano alcune persone che, per usare le parole di Bocchino che ha preceduto il suo presidente, “hanno preferito tornare alla case del padre, anzi del padrone”. E dopo un anno Futuro e Libertà ha dato in questi undici giorni di manifestazione la prova di esserci ancora, di aver resistito e “rinnovato il miracolo”, come lo ha definito Menia.

Ma i prodigi hanno bisogno di essere rinnovati, per rinfocolare la fede. E così, se dodici mesi addietro il vero miracolo fu dire di no a Berlusconi, quest’anno l’attesa per il discorso finale di Fini lasciava presagire forse qualcosa di più di un cerchiobottistico camminare nelle piazze stando seduto sulla poltrona più alta di Montecitorio.

Lo dicono gli umori di quel popolo che Fini chiama ora a raccolta sotto la tenda – per rimanere nella metafora del deserto – del Terzo Polo. “Doveva dimettersi per essere più forte e credibile”. Questa l’estrema sintesi di almeno una parte dei pasionarios finiani. La leadership e il carisma rimangono indiscussi, ma forse se oggi non si sono sentiti i giubili da stadio come quel 5 settembre, la colpa è anche di quel punto interrogativo che rimane appeso a metà tra il ruolo politico e quello istituzionale di Fini.

Quello che è mancato rispetto all’apoteosi precedente è stato proprio questo, un coupe de theatre che scaldasse gli animi e ravvivasse l’entusiasmo della forza che si candida ad essere “punto di riferimento del Terzo Polo”, una forza che sia “più movimento che partito”, finalizzato “a dare voce all’Italia che voce non ha”. E magari le dimissioni sarebbero state proprio quel gesto necessario a dare voce a quella base che chiedeva ancora più coraggio.

Ora comunque l’obiettivo dichiarato – e qui sono esplosi i boati di approvazione – è tornare a ridare al Paese un proprio futuro. E per farlo il leader di Fli dice chiaro e tondo che serve un nuovo premier, di “un capo del governo che non dica ‘resistere resistere resistere’, ma che 24 ore su 24 pensi a ‘governare governare governare’”. Buona fortuna.