Una donna parcheggia in mezzo a una rotonda. Scende dall’auto e lascia sul parabrezza il suo numero di telefono, scritto col rossetto su un assorbente (tipica usanza femminile…). Ad ovviare alla mancanza di carta interviene però la Renault, che offre gentilmente appositi biglietti in cui la giuliva proprietaria della Twingo si scusa del parcheggio selvaggio dicendo che ha i tacchi alti e dunque, presumibilmente, non può lasciare l’auto più lontano e camminare. In trenta secondi, la pubblicità belga della nuova Twingo concentra un numero impressionante di stereotipi sul genere femminile. Se voleva essere spiritosa, non è stata capita: lo spot ha generato tanto sdegno sui social network da convincere la casa a ritirarlo nel giro di poche ore. E purtroppo la Renault non è nuova a pubblicità di dubbio gusto: solo un anno fa, l’Autorità inglese per la pubblicità aveva giudicato sessista uno spot della Clio, in cui un siparietto parigino diventava il pretesto per un lungo balletto ammiccante in stile Moulin Rouge. 

Oca imbranata oppure femme fatale: troppo spesso il ruolo della donna si riduce a questo, nel mondo della pubblicità e in quello dell’auto. Ma quello che stupisce nel caso della Twingo è che lo spot offenda proprio il pubblico a cui si rivolge, ottenendo di fatto l’effetto opposto a quello desiderato. Qualcosa di molto simile a quello che accadde l’anno scorso, quando in Italia la Fiat decise di celebrare l’8 marzo omaggiando le donne dei sensori di parcheggio: un gesto che venne inteso come un “donne, non sapete parcheggiare”. Gaffes francamente inspiegabili, soprattutto se si pensa che  in Italia, il 40,1% delle auto nuove è stata intestata a donne e che, secondo una recente ricerca di Frost&Sullivan, le donne influenzano l’80% delle scelte d’acquisto in campo automobilistico. A meno che, e non è da escludere, la strategia sia quella del “purché se ne parli”…

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