Gruppo Volkswagen, la cura drastica. Dimezza l’offerta e taglia la capacità produttiva
Un tempo Volkswagen macinava numeri, e lo faceva per lo più aggiungendo prodotto. Bastava aprire il listino di uno qualsiasi dei marchi del colosso di Wolfsburg per trovare risposta a ogni esigenza: citycar, berline, suv, coupé, cabrio, sportive, elettriche, ibride, termiche. Oggi da quelle parti si naviga in direzione opposta: la parola d’ordine è tagliare.
È questo il messaggio arrivato dalla riunione del Consiglio di Sorveglianza del gruppo tedesco, che ha annunciato l’intenzione di ridurre fino alla metà la propria offerta e abbassare la capacità produttiva da 10 a 9 milioni di veicoli ogni anno. A ben vedere, una revisione profonda del modello industriale che lo ha reso il costruttore più grande d’Europa.
Il gruppo controlla i marchi Volkswagen, Audi, Porsche, Skoda, Seat, Cupra, Bentley, Lamborghini e la divisione dei veicoli commerciali. Oggi, sommando tutto, offre circa 150 linee di prodotto. L’obiettivo è concentrarsi sui veicoli che garantiscono i margini più alti, rinunciando a una parte della poderosa offerta costruita negli anni.
Questo perché il mondo dell’auto è cambiato molto più in fretta di quanto molti costruttori europei avessero immaginato. I costi di produzione in Germania sono alle stelle. Le normative su sicurezza ed emissioni richiedono investimenti sempre più pingui. I dazi statunitensi complicano non poco la situazione e, su tutto, la pressione in Europa dei marchi cinesi, che competono ferocemente sui prezzi pur di conquistare quote di mercato, si fa sempre più asfissiante.
Il risultato è che tra il 2021 e il 2025 i margini del gruppo Vw si sono dimezzati e gli strateghi tedeschi pensano non sia più possibile mantenere una struttura (pachidermica e dunque poco agile) messa in piedi per un mercato che, nei fatti, non esiste più.
Tra gli interventi previsti c’è anche una drastica riduzione della cosiddetta “offering complexity“. In pratica diminuiranno versioni, allestimenti, optional e combinazioni disponibili. Una scelta meno visibile rispetto alla cancellazione di un modello, ma utile a semplificare la produzione ed efficientare le fabbriche. Dunque ridurre le spese.
Restano invece sullo sfondo le indiscrezioni più pesanti. Diverse fonti tedesche parlano di un piano che potrebbe arrivare fino a 100 mila posti di lavoro in meno (si vocifera possano essere anche 120 mila) e alla chiusura di quattro stabilimenti, tra cui quello Audi di Neckarsulm, più Hannover, Emden e Zwickau dal 2030. Al momento, però, nonostante da più fonti arrivino conferme Volkswagen non ha certificato questi numeri e dal Consiglio non è arrivata alcuna decisione definitiva. Proprio per questo i sindacati (capitanati dal potente IG Metall) hanno organizzato manifestazioni davanti agli impianti tedeschi. Il confronto tra management e rappresentanti dei lavoratori si preannuncia, dunque, lungo e complesso.
Se queste ipotesi diventassero realtà, gli effetti non sarebbero circoscritti alla Germania. Pure l’Italia è della partita, perché una parte importante della componentistica per gli impianti tedeschi arriva da aziende della nostra filiera: sono molti i fornitori, soprattutto tra Piemonte, Lombardia, Veneto ed Emilia-Romagna, e una riduzione dei volumi si tradurrebbe in meno ordini e nuove pressioni sull’intero indotto del Bel Paese.
Nondimeno gli analisti condividono la necessità di una ristrutturazione, ma giudicano il piano ancora troppo generico. Mancano tempi, obiettivi intermedi e soprattutto l’elenco dei modelli destinati a scomparire (anche parzialmente). È proprio questa incertezza a preoccupare investitori e mercato. Per Oliver Blume, l’amministratore delegato, è forse la sfida più difficile della sua gestione: ridurre i costi senza compromettere l’identità di un gruppo che per decenni ha fatto della varietà dell’offerta uno dei propri punti di forza. Ma la vera corsa è contro il tempo.