Il mondo FQ

Alfredo Di Stefano morto, la Saeta Rubia che trasformò il Real Madrid in mito

Il fuoriclasse dei Blancos se ne è andato a 88 anni dopo un malore accusato pochi giorni fa. Arrivò al Real nel '53 e in undici stagioni vinse otto Liga e 5 Coppe Campioni che gli valsero 2 palloni d’Oro
Alfredo Di Stefano morto, la Saeta Rubia che trasformò il Real Madrid in mito
Icona dei commenti Commenti

S’è n’è andato lì dove ha scritto la storia, a Madrid. Alfredo Di Stefano è morto a 88 anni nell’ospedale della capitale spagnola Gregorio Maranòn. Il suo cuore – già debilitato dal 2005 – non ha retto al malore accusato sabato, due giorni dopo il suo compleanno festeggiato con tutta la Casa Blanca, il Real, del quale è presidente onorario ed è stato una leggenda. 

Video thumbnail

Considerato uno dei più forti giocatori di tutti i tempi, “La Saeta Rubia” arrivò a Madrid nel 1953 e in undici anni riempì la bacheca dei blancos. Il Real non vinceva una Liga da venti stagioni e con lui ne dominò 8 delle dieci successive e vinse 5 Coppe Campioni che gli valsero 2 palloni d’Oro. Un dominio che trasformò il Real in mito. E Di Stefano a sua volta, anche grazie a un record che resiste tutt’ora: è il madridista con più gol all’attivo contro i rivali del Barcellona ai quali ha rifilato 18 delle sue 332 reti in maglia merengues, dove accanto a Ferenc Puskas ha formato una delle coppie più talentuose di ogni era calcistica.

E pensare che avrebbe potuto vestire blaugrana. Il suo arrivo in Spagna, infatti, fu oggetto di una disputa tra Real e Barca in piena dittatura, durante la quale i vincitori non potevano essere i catalani. Il riflesso dei suoi numeri in campo e quanto Di Stefano ha rappresentato per il calcio spagnolo sono fotografati dalla decisione presa nel 2008 dal quotidiano spagnolo Marca d’intitolargli il premio che viene assegnato ogni anno al miglior giocatore della Liga. E porta il suo nome anche lo stadio del centro sportivo Valdebebas, quartiere generale del Real.

L’alba della sua carriera sorge in maglia River Plate, dove arriva dopo l’infanzia a Barracas, quartiere di Buenos Aires. Lì nasce da padre di origini italiane e poi sboccia con l’Huracan prima di tornare in maglia River. Nel Milionarios raggiunge le 100 presenze, vince 3 campionati in quattro anni diventando il protagonista della più grande squadra colombiana di tutti i tempi e poi vola verso Madrid.

In Spagna giocò anche per l’Espanyol, ultimo tratto di carriera – chiusa a 40 anni – prima di allenare Elche, Valencia, Sporting Lisbona, Rayo Vallecano, Castellon e Real Madrid in Europa, oltre al Boca Juniors in Argentina. Totale: un quarto di secolo in panchina e 5 titoli vinti, che con i 17 trofei da calciatore fanno 22. Il grande assente è la Coppa del Mondo che Di Stefano non solo non ha mai vinto ma non ha mai neanche giocato, nonostante abbia vestito le maglie di Argentina e Spagna. Nel 1950 il rifiuto dell’Albiceleste sbarrò la strada al Mondiale brasiliano, quattro anni più tardi – divenuto spagnolo – le Furie Rosse non si qualificarono, mentre nel 1958 fu un infortunio a negargli la partecipazione. Si dice che i grandissimi hanno sempre vinto almeno un mondiale. Non è il suo caso.

Gentile lettore, la pubblicazione dei commenti è sospesa dalle 20 alle 9, i commenti per ogni articolo saranno chiusi dopo 72 ore, il massimo di caratteri consentito per ogni messaggio è di 1.500 e ogni utente può postare al massimo 150 commenti alla settimana. Abbiamo deciso di impostare questi limiti per migliorare la qualità del dibattito. È necessario attenersi Termini e Condizioni di utilizzo del sito (in particolare punti 3 e 5): evitare gli insulti, le accuse senza fondamento e mantenersi in tema con la discussione. I commenti saranno pubblicati dopo essere stati letti e approvati, ad eccezione di quelli pubblicati dagli utenti in white list (vedere il punto 3 della nostra policy). Infine non è consentito accedere al servizio tramite account multipli. Vi preghiamo di segnalare eventuali problemi tecnici al nostro supporto tecnico La Redazione