“Dentro al Pd c’è una voglia evidente di garantire ai cittadini la scelta dei candidati. Certe pulsioni, del resto, non possono essere frenate perché Forza Italia non vuole”. Sospira il bersaniano Nico Stumpo quando scandisce queste parole a ilfattoquotidiano.it. Parole forti che in un certo senso rivelano lo stato d’animo di una minoranza sofferente, che subisce giorno dopo giorno il legame “forte” fra il premier in carica e l’ex presidente del Consiglio, il “condannato” Silvio Berlusconi. Del resto, Renzi e il “condannato” Cavaliere di Arcore si sono già incontrati tre volte. Tre volte in cui l’ex sindaco di Firenze non ha battuto ciglio, accogliendo tutte le richieste del leader di Forza Italia. Il ragionamento, infatti, che a taccuini chiusi raccontano esponenti di punta dell’opposizione interna di Largo del Nazareno è il seguente: “D’accordo non siamo mai stati strenui difensori delle preferenze, ma abbiamo occupato le piazze quando è stato approvato il Porcellum”.

Per anni il Partito democratico – prima con Walter Veltroni, poi per un breve lasso di tempo con Dario Franceschini, e, infine, con la segreteria di Pier Luigi Bersani – ha ripetuto fino allo sfinimento che una volta giunto al governo avrebbe reintrodotto le preferenze perché “ai cittadini deve essere garantito il diritto di scegliere i parlamentari”. E oggi, si lascia andare più di un deputato in Transatlantico, “non esiste che dall’opposizione Berlusconi debba decidere se introdurre le preferenze o meno”.

Ecco perché i mugugni delle ultime settimane si sono trasformati in vere e proprie prese di posizioni. Così all’indomani dell’incontro tra Renzi e Berlusconi – incontro che avrebbe sancito il rispetto del Patto del Nazareno senza, però, le preferenze – la minoranza uscita dal congresso tiene a precisare che la discussione sull’Italicum, e, per l’appunto, sul diritto di scelta dei cittadini è “aperta, apertissima”. “Quando il gioco si fa duro le partite politiche sono aperte”, dice a ilfattoquotidiano.it il senatore bersaniano, Miguel Gotor. Il quale, assicura, che “non è possibile ridurre la democrazia italiana a un Senato di secondo grado (come è giusto che sia un Senato delle autonomie) e a una Camera di nominati. A questo punto bisogna restituire il diritto di scelta ai cittadini per evitare una chiusura oligarchica della democrazia italiana. E i modi sono due: o i collegi uninominali, o l’introduzione della doppia preferenza di genere. Io la penso così in maniera determinata, convinta, perché ritengo non sia possibile favorire una tale chiusura della democrazia italiana soprattutto in un momento di crisi come questo, ovvero di difficoltà di rapporti fra i cittadini e le istituzioni”.

Questa non è la posizione di una parte, precisa Gotor, perché “la fronda la fa chi pretende di avere un Senato di secondo grado e una Camera di nominati”. Un’area, chiamiamola così, che si estende oltre i confini classici, e passa per Pippo Civati – “Io sono per i collegi uninominali, ma certamente le preferenze sono migliori delle liste bloccate” – la cosiddetta area-riformista (bersaniani e lettiani), e una parte dei dalemiani. E persino per chi della minoranza non fa parte. “La discussione è aperta – dice il veltronian-renziano Walter Verini a ilfattoquotidiano.it – ad una condizione però: i cambiamenti si possono fare se tutte le forze che hanno dato vita al Patto del Nazareno concordano. Un tema aperto c’è: dare la possibilità ai cittadini di scegliere i candidati. Un conto, infatti, è avere liste, comunque bloccate, di 3-4 candidati, altro sono liste bloccate del Porcellum con 30 candidati. Oppure si potrebbe propendere sulle preferenze o sui collegi uninominali. E tra le ultime due quella preferibile è la seconda perché è più trasparente e consentirebbe ai partiti di puntare sulle figure più prestigiose”.

Alla fine, però, il punto di approdo – si vocifera in ambienti democrat – è facile che sia il cosiddetto “modello Boschi”, ovvero un sistema misto che garantirebbe i capolista, mentre il resto dei candidati si giocherebbe la partita attraverso i consensi. Un sistema studiato apposta in queste ore per non scontentare nessuno: il Cavaliere, la minoranza Pd, e il Ncd di Alfano. Ma, “anche con questo sistema – afferma una bersaniana – ci sarebbero 90 nominati, in base al numero dei collegi. E chi glielo racconterà ai militanti che siamo stati costretti a inserire questo sistema per garantire i parlamentari prescelti da Silvio Berlusconi?“. Insomma, la battaglia è ancora aperta. Condannato permettendo.

Twitter: @GiuseppeFalci

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