Meloni scarica la colpa della crisi Ilva su giudici, predecessori e sindaco: “Ostacoli giudiziari e ideologici”
La colpa è dei giudici, tanto per cambiare. Ma anche dei suoi predecessori, da Mario Monti a Matteo Renzi. Perfino del sindaco di Taranto, Pietro Bitetti. Giorgia Meloni si autoassolve sulla crisi dell’Ilva, costretta a fermarsi per un decreto della Corte d’Appello di Milano che ha sentenziato la chiusura dell’area a caldo. La situazione che il governo ha trovato, ha sostenuto al Senato, “era drammatica” e sul tragitto ideato dall’esecutivo sono arrivati “ostacoli ideologici e giudiziari”. Mentre da tre giorni sono in corso gli scioperi degli operai, la presidente del Consiglio ne ha per tutti, ma tace su una gara di vendita aperta da oltre due anni e sui mirabolanti annunci del ministro delle Imprese Adolfo Urso che in questo periodo ha promesso in innumerevoli occasioni che il rilancio era cosa fatta. E invece gli acquirenti si sono via via sfilati per i motivi più disparati e il bando è stato rimaneggiato, cambiato, allungato.
“Abbiamo trovato, come sapete, ostacoli giudiziari fino al recente decreto della Corte d’Appello di Milano che ha ordinato lo spegnimento degli impianti a caldo, nonostante gli amministratori stessero puntualmente dando attuazione alle numerose e rigorose prescrizioni ambientali e sanitarie che erano state imposte dall’Autorizzazione integrata ambientale”, ha spiegato facendo riferimento perfino al sequestro dell’altoforno 1 dopo l’incidente del maggio 2025, che si sarebbe potuto evitare se i commissari nominati dal governo avessero rispettato il cronoprogramma delle manutenzioni che prevedeva la chiusura ben due mesi prima. Zero però sulla sostanza della madre di tutte le partite, al di là di come andrà a finire in Cassazione: l’azione inibitoria collettiva dell’associazione Genitori Tarantini. Istruita nel 2021, ha avuto un passaggio chiave nel 2024 quando la Corte di Giustizia Europea ha avvisato che l’Ilva va chiusa se l’inquinamento prosegue ed è necessario non prorogare ulteriormente le autorizzazioni. Sulla scorta di quella sentenza, il Tribunale di Milano – era lo scorso febbraio – ha dato tempo fino a fine agosto per modificare l’Aia relativamente alle emissioni nocive chiedendo di inserire tempistiche stringenti. Invece di riaprire il tavolo, il governo e i commissari di Acciaierie d’Italia, gestore dell’Ilva, hanno sostanzialmente ignorato la pronuncia confidando evidentemente nell’appello.
E qui, a luglio, è arrivata la mazzata: i magistrati hanno infatti inasprito misure e motivi, dettando anche il calendario. Ai vincoli dell’Aia, cioè di norme scritte che sarebbe bastato adeguare, si è aggiunta la presenza di 2.000 tonnellate di amianto negli altiforni, impossibili da smaltire in tempi brevi, ed è stato ordinato lo spegnimento dell’area a caldo entro il 25 ottobre. A quel punto, la situazione è precipitata portando alla crisi attuale in attesa della risposta della Cassazione sul ricorso di Ilva e Acciaierie: l’udienza è stata fissata il 20 ottobre e il procuratore generale ha smontato le motivazioni della Corte d’Appello, ma il suo parere non è vincolante e le Sezioni Unite potrebbero non seguirne le indicazioni. Nel frattempo, però, l’Ilva ha dovuto mettere in stand-by l’area a caldo di Taranto, quella che produce l’acciaio poi laminato sia nel capoluogo jonico che negli stabilimenti di Genova, Novi Ligure e Racconigi. Così, ora, è tutto fermo e anche se la Cassazione dovesse ribaltare il verdetto ci vorranno mesi perché la produzione riparta poiché non ci sono più materie prime per alimentare gli altiforni né prodotti semi-finiti da lavorare nelle aree a freddo. Un vicolo cieco con 9.000 cassintegrati all’orizzonte.
La ricostruzione della presidente del Consiglio è stata invece una distribuzione di responsabilità a tutti gli altri. Ai predecessori: “Se questi decreti sono stati così risolutivi, perché ci stiamo ancora occupando dell’Ilva?”, ha chiesto retoricamente. Ne ha avute per il Movimento Cinque Stelle: “Ci siamo assunti la responsabilità di estromettere il socio di maggioranza, Arcelor-Mittal. Sorvolo sui patti parasociali secretati che erano stati sottoscritti. E abbiamo nominato una nuova terna di amministratori per superare i problemi gravi che venivano segnalati dalle organizzazioni sindacali e che erano reali”. Quindi ha sostenuto di aver “lavorato in incessantemente per il rilancio cercando nuovi acquirenti che fossero affidabili”.
Anche in questo, la ricostruzione è parziale. Riparte dall’aver “trovato sul nostro percorso diversi ostacoli, alcuni di carattere ideologico”. Il riferimento è “all’opposizione dell’amministrazione di Taranto alla nave rigassificatrice, che ha fatto sfumare l’interesse di Baku Steel”. Una vera e propria bugia. Come ricostruito in diverse occasioni dal Fatto Quotidiano, il procesos di vendita agli azeri era in stallo da ben prima: innanzitutto, Baku Steel è un nano del settore, ha in patria una sola acciaieria e una capacità produttiva, con forni elettrici, di 800mila tonnellate ma si ferma a circa 300mila, circa un settimo dell’Ilva nella fase di crisi e un ventesimo dei 6 milioni di tonnellate che potrebbe produrre a pieno regime. Non solo: era arrivata a chiedere un finanziamento di 2,5 miliardi e il prezzo dell’energia calmierato. La nave rigassificatrice è stata solo la goccia che ha fatto traboccare il vaso. Gli azeri erano in bilico già da prima, anche perché non avrebbero dato garanzie sulle risorse per sostenere la gestione ordinaria in perdita.