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Casini, la mossa del cavallo: la non ricandidatura in Parlamento apre la pista per la lunga corsa al Quirinale. Ecco gli altri nomi

Le manovre sulla legge elettorale si intrecciano già con le elezioni per la presidenza della Repubblica nel 2029. Il decano dc lascia il Palazzo dopo 44 anni: con il suo profilo ha chance per il Colle. Nel centrosinistra le carte al momento possono essere Bersani, Castagnetti e Rosy Bindi. Nel centrodestra Tajani, Pera e Fini
Casini, la mossa del cavallo: la non ricandidatura in Parlamento apre la pista per la lunga corsa al Quirinale. Ecco gli altri nomi
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La scelta di Pierferdinando Casini di non ricandidarsi alle elezioni dopo 44 anni di Parlamento può essere intesa come una decisione saggia: il politico di lunghissimo corso che considera conclusa la sua esperienza e lascia spazio alle nuove generazioni. Con questa mossa del cavallo, però, l’ex presidente della Camera sembra fare un passo indietro per farne due in avanti, ovvero puntare al Quirinale nel 2029, anno in cui si dovrà eleggere il nuovo capo dello Stato. “Meloni ha dimostrato consistenza notevole, ha tenuto sulle spalle tutto il peso della coalizione”, ha detto Pierferdy al Corriere, con parole che lo aiutano a sganciarsi dalla sinistra. Negli ultimi due mandati, infatti, Casini è stato eletto in Senato nelle liste Pd dopo una vita passata al centro, alleato di Silvio Berlusconi. Ora sceglie di non ricandidarsi, sterzando di nuovo verso il centro. Come a dire: posso andare bene come figura di equilibrio per il Colle sia per il centrodestra che per il campo largo. Sarà così? Di sicuro il suo nome, tra due anni, nella partita per il Colle ci sarà.

Anche se è vero, come lui stesso ha sottolineato, che “al Quirinale non ci si candida ma si viene eletti”, e di solito chi entra Papa esce cardinale, la mossa di Casini nei palazzi romani è stata intesa come una candidatura. E così, molto sottotraccia, è partito un toto-Quirinale. Naturalmente tutto dipenderà da chi vincerà le prossime elezioni, poiché se una coalizione raggiungerà il 42% dei consensi avrà i numeri in Parlamento per eleggere da sola il nuovo inquilino del Colle. Se invece nessuno supererà il quorum, allora lì i giochi cambieranno completamente.

Ma chi sono le figure, a destra e a sinistra, che possono iniziare a nutrire qualche ambizione? A destra un nome di cui si parla, ma che difficilmente arriverà a meta, è Antonio Tajani. Innanzitutto perché dovrebbe comunque dismettere i panni di segretario forzista, cosa che probabilmente avverrà dopo le elezioni, e poi, in caso di vittoria del centrodestra, è difficile che non abbia ruoli istituzionali o di governo. Da presidente del Senato, forse, il salto potrebbe farlo. Contro di lui, però, giocano le numerose gaffe dell’ultimo periodo, come quella sulle gonne delle donne.

Dopo anni di gelo con gli ex An, sembra esser stato sdoganato Gianfranco Fini, che ha ricominciato a rifarsi vedere nel dibattito pubblico, a sostegno di Giorgia Meloni, senza però rinunciare a rappresentare una “destra riformatrice e liberale”. Fini avrebbe forse lo standing quirinalizio, ma deve essere riaccettato in toto dalla sua comunità, poichè non tutti ancora gli perdonano lo strappo da Berlusconi (“che fai, mi cacci?”) e le diatribe della casa di Montecarlo, che hanno affossato la sua carriera politica. Altro quirinabile destrorso è l’ex presidente del Senato Marcello Pera. Dalla sua ha che negli ultimi anni sembra aver dismesso gli abiti da oltranzista cattolico che un tempo indossava volentieri. Si è rifatto vivo sulla legge elettorale e ogni tanto rilascia qualche intervista. Ma rimane una figura un po’ scialba, che non convince granché. Uno a cui pure piacerebbe assai è Giulio Tremonti, ma per ora nessuno se lo fila. Di fronte a questi nomi, per esempio, Casini avrebbe molte più carte da giocare.

Più nette le figure del centrosinistra. Pierluigi Bersani, per esempio, anche se non fa più politica attiva, è sempre sulla scena, anche perché è spesso interpellato in tv e sui giornali. Tanto che di lui si parla anche come possibile federatore del campo largo, quindi per Palazzo Chigi. Ma in caso di vittoria del centrosinistra, Bersani è una di quelle figure che entrerebbe in gioco, anche perché, nonostante il suo passato tutto a sinistra, da lui potrebbero sentirsi garantiti sia i 5 Stelle che i moderati del Pd. Altra figura assai rispettata è quella di Pierluigi Castagnetti, che s’inserirebbe in pieno nel solco di Sergio Mattarella, ovvero quello della sinistra democristiana. Di recente ha espresso critiche alla svolta considerata troppo a sinistra di Elly Schlein e questo non gioca a suo favore, ma è di quelli da considerare. Poi, un nome che nei conciliaboli in Transatlantico riecheggia spesso è quello di Rosy Bindi. Che due giorni fa è andata all’attacco della legge elettorale e ha invitato Schlein e Conte a lasciar perdere le primarie e a fare un passo indietro in favore di un federatore, guarda caso proprio Bersani. Dalla sua parte ha un curriculum notevole, ma anche il fatto di essere donna. “Se la destra ha portato la prima donna a Palazzo Chigi, noi potremmo essere quelli che eleggono una donna al Quirinale”, è il ragionamento che si fa al Nazareno. Paradossalmente a mettere il bastone tra le ruote di Bindi è Schlein: se la segretaria dem diventasse presidente del consiglio, difficilmente gli alleati lascerebbero la casella del Quirinale a un altro esponente del Pd. E a quel punto potrebbe entrare in scena anche Giuseppe Conte. Per l’avvocato del popolo il Colle potrebbe rappresentare una valida alternativa a Palazzo Chigi. Altro nome che il centrosinistra può spendere è quello di Paolo Gentiloni. Il curriculum c’è: attuale commissario europeo, ex premier ed ex ministro degli Esteri. Sarebbe però inviso soprattutto ai 5 Stelle, ma potrebbe trovare sponde dall’altra parte della barricata. Infine ci sono nomi che potrebbero tornare in auge in caso di pareggio alle Politiche e di governi bipartisan, come quello di Mario Draghi o di Mario Monti. Ma sono eventualità al momento piuttosto remote.

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