Conosco le ragioni che portarono all’istituto della immunità parlamentare, e non solo in Italia. A volerlo furono le forze più liberali a tutela della libertà di espressione degli eletti e come scudo nei confronti di eventuali abusi da parte di governi autoritari e degli apparati di repressione.

Nel tempo, in modo sempre più clamoroso, l’immunità si è trasformata in una sorta di “scudo tombale” a protezione di ogni sorta di reato: dalla associazione mafiosa alla truffa,dalla corruzione alla evasione fiscale. L’istituto è stato trasformato in una sorta di diritto alla impunità, che ha contribuito ad accrescere il disprezzo verso le istituzioni e a svilire ulteriormente il ruolo e la funzione della politica.

Chi ne ha fatto uso e abuso è stato il vero “professionista dell’antipolitica”. Chi, in questi giorni, nel pieno delle indagini sull’Expo e sul Mose, ha pensato di ripristinare l’immunità per i senatori, inserendola nel testo da portare in aula, non ha solo sbagliato, ma ha realizzato una clamorosa autorete. Che piaccia o no, questo tema resterà al centro della discussione, oscurerà persino la drastica riduzione dei seggi, fortemente voluta dallo stesso Renzi.

La ministra Boschi ha già dichiarato che al governo l’immunità non interessa, che non è questione centrale, e che mai e poi mai questa norma sarebbe stata oggetto di trattativa con l’ex Cavaliere e con il suo gruppo, dove per altro, non mancano coloro che rischiano di finire in tribunale, e non certo per reati di opinione.
Se le cose stanno davvero così il ministro, anzi lo stesso Presidente del consiglio, non dovrà fare altro che chiedere l’immediato ritiro e comunque annunciare il voto contrario.

Magari al posto della norma contestata si potrebbe invece inserire quella sul conflitto di interessi che, al contrario, non viene neppure nominata, perché “non è certo la priorità”..
In questo caso il “verso” non solo non è ancora cambiato, ma è lo stesso del ventennio appena trascorso.

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