L’ultimo processo che ho fatto è stato “Appaltopoli”. Cordate di imprenditori che si spartivano gli appalti con offerte coordinate: oggi io, domani tu; ai più piccoli qualche subappalto. Il prezzo lo stabilivano loro e il Comune pagava. Sistema perfetto, non servivano corruzioni. Che però c’erano, per non essere disturbati nella fase di esecuzione dei lavori: regalie e stipendi ai dipendenti comunali.

Arrestammo gli imprenditori e quasi tutto l’ufficio tecnico del Comune. 3 anni di indagini, dal 2002 al 2005, 140 persone e 20 società incriminate. Nel 2005 udienza preliminare: un centinaio di patteggiamenti (tra cui tutti i dipendenti comunali) e 43 rinviati a giudizio. Nel 2008 la sentenza: 2 assoluzioni, 10 prescrizioni e 31 condanne: 5 o 6 anni di prigione, in media. Nel 2009 l’Appello: tutto prescritto.

Ricordo tre episodi. I dipendenti comunali riammessi in servizio dopo il patteggiamento. Un imprenditore intercettato che diceva ai colleghi, dubbiosi se continuare le gare truccate anche con indagini in corso (avevano una talpa, sospettai di un politico locale ma non ebbi mai prove sufficienti): “Ma sì, continuiamo, al massimo ce la caveremo con una multaccia!”. Un altro imprenditore che voleva patteggiare una pena ridicola, un anno circa che non avrebbe scontato per via della sospensione condizionale, e che, al mio scandalizzato rifiuto, disse sprezzante: “Faccia come vuole, sarò assolto per prescrizione”.

Adesso il mondo politico ed economico (insomma la classe dirigente del Paese) fa finta di stupirsi per l’Expo, il Mose, la GdF che addomestica le verifiche. E promette riforme che spezzeranno le reni alla corruzione e Autorità (prive di poteri sanzionatori) che sorveglieranno ogni appalto. Ma il problema sta nel sistema generale.

Il processo di Torino e, prima, il ben più importante Mani Pulite, sono stati fatti con codici penale e di procedura che, per accertare le responsabilità, andavano benissimo; gli stessi, del resto , che si applicheranno alle corruzioni Expo e compagnia cantante. Ma l’esito sarà lo stesso: in galera non ci finirà nessuno. A parte gli arrestati della prima ora che, dopo 6 mesi al massimo, dovranno essere rimessi in libertà. 4 anni di prigione sono finti per legge (Cancellieri): sono sostituti dall’affidamento in prova, B ne è un esempio vergognoso. Ogni anno di prigione vera vale 7 mesi e mezzo per via dell’ordinamento penitenziario: se non fai casino (non se ti comporti bene, basta che non dai fastidio) ti regalo 3 mesi ogni anno più un mese e mezzo di permessi premio. Insomma per fare un anno di prigione ci va una condanna a 6 anni per un reato che, fino al dicembre 2012, aveva una pena massima di 5 (adesso è di 7). Quando si tratta di tante corruzioni si può aumentare, ecco perché pene di 7, 8 anni sono – in astratto – possibili. Ma poco frequenti.

Naturalmente è tutta teoria: la soluzione è la prescrizione, come aveva capito benissimo il mio imprenditore-delinquente. Per dire, il milione all’anno di Galan (hanno cominciato a darglielo nel 2006) è già prescritto per gli anni fino al 2007; il resto si prescriverà strada facendo. Gli avvocati e i magistrati che siedono in Parlamento queste cose le sanno benissimo. E ci raccontano la storiella delle riforme epocali. Però il tempo di giocare con la responsabilità civile dei magistrati lo trovano: della serie tutto il potere ai ladri e le guardie stiano in campana.

Il Fatto Quotidiano, 13 Giugno 2014

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