E così, oltre 25 anni dopo l’omicidio, a più di tre dall’avvio del processo e dopo una lunghissima camera di consiglio, è arrivata la sentenza. A sancire una verità tanto ovvia quanto difficile da accertare e certificare: Mauro Rostagno è stato ammazzato dalla mafia. Tempi assurdi perfino per la giustizia italiana. Tempi faticosi e dolorosi per la famiglia di Rostagno, l’uomo dalle tante vite (rivoluzionario, sociologo, fondatore di Saman, comunità per il recupero dei tossicodipendenti, giornalista) che in questi interminabili anni ha lottato strenuamente per far emergere la verità da un mare di menzogne. Le stesse che dal giorno dell’omicidio, il 26 settembre 1988, sono state scritte nelle carte di indagini superficiali, frettolose e deviate, amplificate dalla stampa e ripetute nelle aule di giustizia, anche nell’aula Falcone del tribunale di Trapani dove si è svolto questo primo e unico processo.

Menzogne che volevano Rostagno ucciso per una questione di tradimenti, condannato a morte da Lotta continua, il movimento del quale era stato uno dei leader più amati, addirittura assassinato da alcuni membri della comunità Saman con la complicità di Chicca Roveri, la sua compagna che per questo fu arrestata e poi scarcerata con tante scuse. Anche se nessuno ha mai pagato per quell’enorme supplemento di dolore, oltre che per Chicca, per sua figlia Maddalena: non solo privata del padre, ma con la madre incarcerata e infangata da un’accusa falsa e ignobile. Quanta forza, quanto coraggio hanno avuto queste due donne nell’assistere impassibili alle parole dei difensori degli imputati Virga e Mazzara (mafiosi già in carcere, condannati per altri efferati delitti) che tornavano a gettare fango e fumo nel tentativo di confondere le tracce dell’unica, palese, natura del delitto: un omicidio di mafia. Deciso e ordinato per chiudere la bocca a un uomo pericoloso: l’uomo con la barba che, sorridente e vestito di bianco, ogni sera entrava nelle case dei trapanesi attraverso la piccola, ma seguitissima, tv locale RTC raccontando loro piccoli e grandi misfatti dei criminali comuni e degli alti papaveri che tenevano in pugno la loro città e, di fatto, le loro vite.

L’ostinazione nel seguire piste inesistenti e nel perseguire mandanti impossibili è arrivata al punto di costruire prove false come il documento farlocco del capitano dei carabinieri Elio Dell’Anna che, in un promemoria per il pm allora titolare dell’indagine, sosteneva che il giudice Antonio Lombardi, che all’epoca indagava su un altro delitto, quello del commissario Calabresi, gli aveva rivelato che Rostagno avrebbe voluto testimoniare contro Adriano Sofri, che di quell’omicidio era accusato. Dunque, Sofri e Lotta continua avevano tutto l’interesse a eliminare il compagno traditore. Ricostruzione smentita dallo stesso giudice Lombardi, eppure rievocata anche nell’aula Falcone. Ma nuovamente smentita da una fonte inappuntabile: il sindaco di Milano Giuliano Pisapia, all’epoca avvocato di Rostagno, che a chi scrive ha ribadito: “Rostagno non voleva certo testimoniare contro i suoi compagni, come provano le registrazioni dei suoi interventi alla televisione privata di Trapani dove ribadiva la sua fiducia a Sofri e rivendicava la propria militanza in Lotta continua”.

In ogni caso, non ebbe il tempo di testimoniare, perché venne ammazzato prima. Ci sono voluti anni perché altri magistrati raccogliessero e riordinassero i pochi ma autentici indizi lasciati dagli assassini di Mauro Rostagno, che riesaminassero le testimonianze dei pentiti di mafia, che ordinassero nuove perizie: prima fra tutte quella sui resti di una delle armi che spararono; ultima, ma fondamentale, quella del Dna rilevato nelle impronte lasciate su quell’arma. Eppure, che di omicidio di mafia si trattasse era convinto fin dall’inizio Rino Germanà, il capo della Squadra Mobile di Trapani che per primo indagò sul delitto, ma al quale le indagini vennero tolte quasi subito per essere affidate ai carabinieri. È stato impressionante ascoltare al processo, la testimonianza di questo fedele servitore dello Stato, avere conferma di come la verità fosse da subito a portata di mano, e capire come altri la elusero deviando e macchiando le indagini.

È un vero peccato che in questi tre anni i grandi giornali e le televisioni abbiano snobbato il processo. È stata un’occasione persa non solo per la ricostruzione di una morte tragica, ma per la per la rievocazione di una vita eccezionale. Pochi uomini hanno saputo, come Rostagno, rimanere fedeli agli ideali di libertà e giustizia invocati da tanti giovani nel ‘68, a non smettere mai di perseguirli: che lottasse al fianco degli operai o degli studenti, accanto ai giovani straziati dalla droga o contro le cosche e i politici collusi. Solo alla sua famiglia e ai suoi numerosi amici dobbiamo le testimonianze, gli scritti, i reperti audio e video raccolti nella pagina facebook istituita per seguire il processo. Questa notte l’intera famiglia compreso Pietro, il nipotino che Mauro non ha potuto conoscere, ha atteso la sentenza attorniata da molti amici. Fra loro, anche Adriano Sofri, idealmente e concretamente vicino al compagno trucidato dalla mafia, “Bello come Che Guevara” come ebbe a scrivere di lui. “Un poliglotta politico che parlava con entusiasmo e applicazione il dialetto di un operaio delle valli trentine, o il brianzolo, o il palermitano”. Visionario eppure realista se in un’affollata assemblea di Trento in occasione del ventennale del ’68, spiegando come e perché lui e i suoi compagni erano stati sconfitti, aggiunse: “Per fortuna”.

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