La credibilità scientifica del cosiddetto “metodo Stamina” di Davide Vannoni sembra ormai definitivamente minata. Risale a poco prima di Natale la notizia che i carabinieri dei Nas hanno riscontrato gravi irregolarità nelle procedure adottate da Stamina nell’ospedale di Brescia e, soprattutto, alcune discrepanze tra il numero di cellule previste dal protocollo per gli infusi e quelle poi effettivamente infuse. Nuovi indagati (dirigenti regionali e medici collegati allo staff di Vannoni) si andrebbero ad aggiungere a coloro che sono già nel mirino degli inquirenti.

La vicenda è particolarmente intricata e si è snodata tra confusione politica e speculazioni mediatiche. Da mesi le ricerche e i metodi di Stamina si trovano sotto osservazione della comunità scientifica, anche internazionale e sembra che si profili all’orizzonte un epilogo più volte adombrato nei mesi scorsi: lasciamo alle Istituzioni competenti l’onere di stabilire l’efficacia e la validità del metodo Vannoni.

La mente non può non andare al caso Di Bella, che alla fine degli anni novanta agitò le cronache e i dibattiti sulla libertà di cura e sui diritti dei pazienti. La sola differenza rispetto al caso Stamina è che il dottor Di Bella proponeva di curare vari tipi di cancro utilizzando un cocktail di sostanze conosciute, alcune delle quali con limitate proprietà anti-tumorali; qui si tratta di un metodo del tutto sperimentale.

Le analogie sono molte: in entrambi i casi ha agito con forza la mancanza di cultura scientifica, endemica nel nostro Paese (anche tra chi dovrebbe governarlo e legiferare), un fattore che probabilmente lo rende ciclicamente così esposto ai sensazionalismi scarsamente suffragati da percorsi scientifici. Un’opinione pubblica così incline ad assecondare le legittime, comprensibili, naturali speranze di chi ha un parente malato, senza soppesare con attenzione le garanzie effettive in termini di efficacia clinica di nuovi trattamenti, è deleteria tanto per la democrazia quanto per la scienza.

Proprio per questo motivo sarebbe sbagliato pensare che l’ultimo intervento della magistratura chiuda definitivamente la discussione in merito. La vicenda di Stamina corre il rischio di lasciare ferite profonde proprio per le potenziali implicazioni dannose per la garanzia dei diritti individuali.

Da una parte, si rischia di lasciare i diritti delle persone in balia di santoni di turno e a trovate mediatiche estemporanee o interessate, con l’ovvia conseguenza di rendere sempre più difficile una loro tutela effettiva; da un’altra parte il pericolo, in un Paese come l’Italia, è quello di gettare ombre ingiustificate su altre ricerche che potrebbero essere in futuro promettenti. Ad esempio in Italia la sperimentazione sulle cellule staminali embrionali è stata resa più difficile dalla legge 40/2004 che regola la procreazione medicalmente assistita e da politiche che più volte hanno tentato di arginare questi filoni di ricerca considerati “moralmente corrotti”. Dato l’epilogo del caso Stamina, è ancora più urgente approntare vaccini culturali adeguati per non rischiare che altri settori della ricerca medica rimangano travolti.

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