Piemonte, Lombardia, Friuli e Abruzzo. Davide Vannoni ha bussato alle porte di numerosi politici per far conoscere la sua “Stamina Foundation”, con esiti estremamenti differenti. Solo in Lombardia ha trovato la strada spianata, mentre il Parlamento è rimasto a guardare. Storia tutta italiana in cui il Senato converte in legge il decreto Balduzzi (contenente norme sulle cure con staminali) in modo bipartisan (259 voti favorevoli, 2 contrari, 6 astenuti), senza fare troppe domande: era maggio 2013. E il ministero della Salute, due mesi dopo, nomina una commissione ministeriale che boccia il metodo Vannoni. Intanto il fondatore di Stamina Foudation, laureato in Lettere, non ha ancora reso noto il protocollo, che spiegherebbe come, “attraverso la medicina rigenerativa” si potrebbero curare numerose malattie, tra cui quelle neurodegenerative. Elena Cattanaeo, senatrice a vita e ricercatrice, al fattoquotidiano.it dice: “Non c’è nulla di scientifico in questo metodo. Mancano presupposti di efficacia e razionalità”. Ad agire finora, in mezzo a questo vuoto istituzionale, è stata solo la magistratura: dal pubblico ministero di Torino Raffaele Guariniello che dal 2009 sta indagando su Vannoni e il suo staff, al Tar del Lazio che ha recentemente sospeso la nomina della commissione ministeriale responsabile della bocciatura del cosiddetto metodo Stamina.

Il laboratorio all’ospedale di Brescia
Il campione, prelevato dal midollo osseo dei donatori dal personale degli Spedali Civili di Brescia, viene consegnato agli operatori di Stamina che, secondo una procedura ancora segreta, si occupano della separazione cellulare, della proliferazione e della manipolazione estensiva. Ad eccezione dello staff di Vannoni, gli unici a essere entrati nel laboratorio di Stamina nell’ospedale di Brescia (la struttura pubblica dove, secondo un accordo del 2011, si mettono a punto le infusioni del metodo Stamina) sono i carabinieri del Nas e gli ispettori del ministero della Salute e dell’Aifa (Agenzia italiana del farmaco). In un rapporto di più di 300 pagine, che ilfattoquotidiano.it ha potuto leggere, hanno descritto le attività del laboratorio e le procedure adottate: “Non vi è sempre corrispondenza tra il numero di cellule previste dal protocollo stesso e quelle effettivamente infuse”, scrivono gli ispettori. A non tornare sono i dati sulle quantità: “Su 56 infusioni effettuate, solo in 7 casi i dosaggi previsti corrispondevano a quelli realmente infusi”. E ancora: “Nella documentazione allegata relativa alla donazione non sono presenti i referti di alcuni esami previsti per il donatore”. In particolare non sono disponibili i risultati dei test per alcune malattie infettive, come la sifilide e il virus Hiv. Per due giorni, gli ispettori osservano il laboratorio: due stanze che sia dal punto di vista strutturale che operativo “non soddisfano i requisiti dell’Istituto superiore di sanità”. Esaminano le fiale, e trovano imprecisioni nell’etichettatura dei campioni: “Su 37 ispezionati risulta che 8 campioni non sono identificabili per cognome e per data, 6 riportano solo la data”, concludendo che “l’etichettatura non soddisfa i requisiti indicati nelle linee guida dell’Iss”. E’ qui che spunta nella relazione degli ispettori il nome di un funzionario di regione Lombardia, che non sottoscrive questa parte del verbale “non condividendone i contenuti”. E’ lo stesso funzionario che gli ispettori descrivono come “non collaborativo” durante la due giorni di verifica perché “non ha fornito, pur se richiesta, la documentazione disponibile attestante i rapporti tra regione Lombardia e l’azienda ospedaliera Spedali Civili di Brescia”. L’esito delle analisi dei campioni prelevati dagli ispettori è senza appello: vengono rilevate “contaminazioni delle preparazioni e notevole eterogeneità cellulare, escludendo ogni possibilità di differenziamento in senso neuronale”. La tesi del fondatore di Stamina, secondo cui le cellule mesenchimali (del midollo osseo) si trasformerebbero anche in tessuti nervosi in grado di intervenire in numerose malattie neurodegenerative, viene rispedita al mittente. In più, da un verbale del Nas del 16 ottobre 2012, reso noto ieri da La Stampa, con le infusioni del metodo Stamina ci sarebbe anche il rischio “di contrarre il morbo della mucca pazza”,  a causa del presunto uso di siero fetale bovino (per cui serve la certificazione europea) nelle colture cellulari. 

La Lombardia e i tentativi con le altre regioni
L’accordo di collaborazione tra gli Spedali Civili di Brescia e la Stamina Foundation è del 28 settembre 2011, ma il commissario straordinario dell’ospedale bresciano Ezio Belleri (all’epoca direttore amministrativo) “non sa esattamente come si è arrivati a quell’accordo”. La firma sul documento è quella dell’allora direttore generale Cornelio Coppini, morto lo scorso febbraio. E’ Davide Vannoni a dare qualche informazione in più. Al fattoquotidiano.it dice: “Noi abbiamo incontrato il vice-direttore della sanità in regione Lombardia e ci ha detto che era interessato a portare le cure Stamina in Lombardia. In più Marino Andolina (pediatra immunologo, referente scientifico di Stamina Foundation, ndr) conosce bene Fulvio Porta, direttore del centro trapianti all’ospedale di Brescia. Quindi lì si è aperta la porta”.
Personaggio chiave della vicenda è proprio Luca Merlino, direttore vicario della sanità in regione Lombardia, che su questa questione assicura di aver mantenuto una posizione di terzietà. Nonostante il suo sia tra i primi nomi sulla lista dei pazienti trattati con il metodo Stamina a Brescia. Sua anche la firma sul documento di aggiornamento delle strutture accreditate all’interno dell’ospedale di Brescia nel registro regionale: quello in cui si prende atto della riorganizzazione delle attività di laboratorio (con il parere favorevole dell’Asl) giusto un mese prima dell’accordo con la Stamina Foudation. Problemi anche su come sono stati scelti i pazienti: “Non è stato possibile chiarire come il paziente veniva proposto e quali erano i criteri di inclusione ed esclusione per l’avvio del trattamento”, scrivono gli ispettori ministeriali. A oggi ci sono oltre 150 persone in lista d’attesa a Brescia: un numero che cresce, ogni volta che un giudice del lavoro accoglie il ricorso di chi vuole accedere al “metodo Stamina”. Sono 36 i pazienti attualmente in cura: l’ospedale ritiene di non riuscire a seguirne di più, “prevedendo non più di 4 pazienti da sottoporre a trattamenti per settimana”. Essendo l’unico ospedale in cui si può accedere al trattamento Stamina, essere in coda serve a poco.
E’ a questo punto che si mette in moto il balletto delle dichiarazioni dei politici locali, che promettono di aprire gli ospedali delle proprie regioni a Vannoni: l’assessore alla Sanità di regione Lombardia, Mario Mantovani, sollecitato dai pazienti, ha passato la “patata bollente” al consiglio regionale, che lo scorso 24 ottobre ha approvato la mozione 124 con i voti del centrodestra e una parte del Movimento 5 Stelle. Un provvedimento in tre punti non vincolante, arrivato dopo la manifestazionie di pazienti e familiari sotto al Pirellone, in cui si chiede “di trovare il modo di completare le cure avviate”. Un invito generico, salutato dal movimento pro Stamina come un gran successo. Vannoni è stato ascoltato anche nella commissione sanità della regione Abruzzo, mentre dopo il pronunciamento del Tar del Lazio, Giuseppe Sibau consigliere regionale del Friuli Venezia Giulia (Autonomia responsabile centrodestra) ha annunciato una proposta di legge per “venire incontro a decine di casi in regione”, tra cui quello di un malato di Sla. Ma i primi tentativi di Vannoni con un ente regionale risalgono al 2007: siamo in Piemonte, la giunta guidata da Mercedes Bresso sceglie di destinare mezzo milione all’associazione di medicina rigenerativa onlus, con sede legale in via Giolitti 41, di cui è socio Vannoni. La delibera, già firmata e protocollata, viene bloccata in extremis dopo l’intervento dell’assessore Andrea Bairati. Per questo episodio, la procura di Torino ha chiesto il rinvio a giudizio, per tentata truffa alla regione.

La panacea del decreto
I sostenitori del metodo Stamina chiedono un provvedimento d’urgenza per sbloccare le liste d’attesa agli Spedali Civili di Brescia. Lo hanno urlato sotto Montecitorio, mentre alcuni malati si stavano dissanguando pur di ottenerlo. Sanno di potere contare su un precedente: il decreto Balduzzi, con cui l’ex ministro della Salute ha consentito di continuare le infusioni a chi aveva iniziato il trattamento Stamina. Era il 13 settembre 2012 e otto mesi dopo il Parlamento lo convertì in legge (22 maggio 2013): sul piatto una sperimentazione di 18 mesi e fondi pari a 3 milioni di euro (un milione nel 2013 e due milioni nel 2014) da prelevare dal Fondo sanitario nazionale. Fino all’arrivo del ministro Lorenzin, che ha annullato l’avvio della sperimentazione lo scorso 10 ottobre, dopo il parere negativo del comitato scientifico (la cui nomina è stata recentemente bloccata dal Tar), che scrive: mancano “dati sulla capacità delle Msc” (cellule staminali mesenchimali) “di differenziare in cellule neuronali, in osteociti, condrociti e adipociti. Non esiste nel protocollo fornito nessuna caratterizzazione funzionale, ancorchè minima, delle cellule ottenute”.

La comunità scientifica e i filmati su youtube
Le persone che hanno provato le infusioni del cosiddetto metodo Stamina si dividono tra chi ha scelto le vie legali (l’ultimo episodio ieri a Torino, dove la famiglia di una bimba di 11 anni affetta da paralisi celebrale infantile, ha denunciato Vannoni per truffa) considerandolo un ciarlatano, e chi chiede di poter accedere alle cure Stamina. Questi ultimi hanno messo online numerosi filmati che considerano la prova dei miglioramenti ottenuti, e hanno invitato più volte il ministro Lorenzin e i tecnici del ministero ad andare a casa dei pazienti per vedere con i loro occhi i miglioramenti. “Se si chiede a qualcuno di andare a vedere i miglioramenti, ma non ha visto quello che è successo prima, non ha nessun senso. Che cosa vado a constatare se non ho fatto la visita prima che questo succedesse”, si chiede Silvio Garattini. Lo scienziato al fattoquotidiano.it dice: “C’è un altro problema, così come è avvenuto per il caso Di Bella: ma è possibile che queste cose succedano solo in Italia? Possibile che gli altri Paesi europei non prendano atto di questa situazione miracolosa di cellule che servirebbero a curare qualsiasi malattia? In Italia manca la cultura scientifica. Questo è un Paese in cui la scienza è ridotta a piccoli contenuti”.
Di certo di scienza sentono parlare poco anche i parlamentari: per la prima volta, lo scorso 10 dicembre, un gruppo di scienziati ha raccontato le proprie ricerche a Palazzo Madama. A organizzare l’incontro Elena Cattaneo, senatrice a vita e direttore del laboratorio di Biologia delle cellule staminali e Farmacologia delle malattie neurodegenerative all’università Statale di Milano. “Bisogna dare una risposta ai cittadini su quali sono state le origini e le evoluzioni del caso Stamina. È un caso che non ha nulla a che fare con la scienza – dice al fattoquotidiano.it – Sono stati avviati dei trattamenti in un modo per me inspiegabile perché non hanno fondamento dal punto di vista scientifico, ed è chiaro che se un ospedale pubblico mette in atto ciò, i cittadini percepiscono che ci sia un avvallo da parte del sistema sanitario nazionale. Un avvallo che non ci può essere perché il Sistema sanitario nazionale deve somministrare cure che siano tali, che presentino dei presupposti di efficacia e di razionalità e qui non c’è nulla di tutto questo”.
Intanto Vannoni guarda all’estero, grazie anche a Gianfranco Merizzi, presidente dell’azienda farmaceutica Medestea, che finanzierà Stamina con due milioni di euro. Secondo quanto riporta il settimanale L’Espresso in edicola oggi, il presidente di Stamina Foundation avrebbe conferito “i diritti mondiali esclusivi” per l’utilizzo della sua discussa cura in una società svizzera, la Biogenesis Research, con sede a Lugano. 
La rivista scientifica Nature si è pronunciata più volte contro Stamina, (accogliendo la visione del premio Nobel per la medicina Shinya Yamanaka). L’ultimo appello in un editoriale del 13 dicembre scorso (“Il fiasco delle staminali deve essere fermato”), in cui si ricorda: “L’emozione di chi ha figli malati è un’arma potente”. Una verità che i politici italiani hanno ben presente.