“Sulla web-tax il Governo Letta deve mettere le palle sul tavolo” avrebbe detto, ieri – secondo quanto riferisce Key4bizFrancesco Boccia (PD), Presidente della Commissione bilancio della Camera dei Deputati, nel corso della trasmissione Mix24 di Giovanni Minoli su Radio 24.

Un modo diretto e frontale – anche se, forse, nella forma poco ortodosso ed assai poco istituzionale – con il quale il papà italiano della c.d. webtax chiede, nella sostanza, al Governo di far propria l’idea secondo la quale l’Italia dovrebbe, prima in Europa, prevedere che i servizi online possano essere acquistati solo da soggetti dotati di una partita iva italiana, imponendo così a tutti i grandi protagonisti della net economy di scegliere tra dotarsene o uscire, di fatto, dal mercato.

Per un curioso scherzo del destino, tuttavia, le dichiarazioni dell’On. Boccia arrivano giusto il giorno dopo che a Bruxelles la Commissione Europea ha nominato il Gruppo di esperti di alto livello chiamato a studiare ed affrontare il medesimo problema ovvero quello del regime di tassazione da imporre alle internet company che, attualmente, vendono i loro prodotti e servizi stabilendosi in un solo Paese Ue e adeguandosi al regime fiscale vigente in tale Paese.

I lavori del comitato di esperti dovrebbero chiudersi prima dell’estate e la palla passerebbe poi alla Commissione.

Difficile, in un contesto di questo genere, non riconoscere che, a prescindere da ogni considerazione di merito sulla bontà ed opportunità della c.d. webtax che l’On. Boccia vorrebbe introdurre in Italia,  non è questo il momento per farlo perché rischieremmo di presentarci all’Europa – peraltro alla vigilia del nostro semestre di Presidenza – come quelli che vogliono fare i “primi della classe” [n.d.r. interessante, al riguardo, osservare che neppure uno degli esperti nominato dalla Commissione è italiano] a costo di infrangere le regole UE e di ignorare ogni più elementare principio di coordinamento nell’azione politica comunitaria.

Non c’è, d’altra parte, nessun dubbio – e lo hanno, ormai, detto davvero in tanti – che stabilire un obbligo come quello che si vorrebbe introdurre nel nostro Paese, in uno solo dei Paesi membri dell’Unione Europea, sarebbe semplicemente contrario ai principi contenuti nei trattati europei.

Non si può seriamente pensare di chiedere ad un fornitore di servizi online europeo – o comunque stabilito in Europa – di confrontarsi con ciascuno dei 28 regimi fiscali vigenti in ciascuno dei diversi Paesi UE senza rendersi conto che, così facendo, si mina alla radice il mercato unico europeo.

Guai a dubitare che i promotori della Webtax agiscano in assoluta buona fede e lo facciano nell’interesse del Paese ma, con un’Unione Europea che si avvia a dettare regole uniformi nella stessa materia [n.d.r. e, probabilmente, in una direzione analoga] andare avanti sarebbe una scelta sbagliata, ostinata, inutile ed inopportuna.

Prima dell’estate, il nostro Presidente del Consiglio, assumerà la presidenza del Consiglio dell’Unione europea e, a quel punto, non ci mancherà occasione per affrontare il problema bene ed in modo efficace a livello europeo. Ora però bisogna mettere da parte individualismi e convinzioni personali ed aspettare.

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