Emma è nata da poco. Sulla piazza del paese tutti si stringono intorno alla carrozzella. Mamma e papà la guardano rapiti, i nonni vanno in solluchero a ogni sorriso. C’è qualcosa nei neonati che ci rende quasi tutti capaci di un amore gratuito, incondizionato. È il fatto stesso dell’esistere che fa i nostri piccoli degni del nostro affetto. Loro non hanno bisogno di niente: né di saper fare qualcosa, né di essere belli o in qualche modo simpatici o accettabili. Anche i più indiavolati urlatori notturni sanno estorcere smisurato affetto da mamma e papà, per quanto provati dalle interminabili veglie.

Poi viene l’età della ragione, della competizione, delle verifiche da parte del mondo. Ci sentiamo responsabili del loro impegno, del loro rendimento. Siamo noi a doverli spronare, anche pungolare, qualche volta potare un po’ come alberi, perché diano frutto. Ma può accadere che, in tutta questa fatica che la vita ci scarica addosso, ci perdiamo un po’. Può accadere che ci ritroviamo afflitti da una progressiva “stipsi affettiva”, come dice il mio amico Fabrizio.

Non è più così facile ritrovare quel sentimento gratuito, che traboccava senza un perché. Ora per qualcuno di noi, persino l’amore sembra essere sottoposto alle leggi del mercato: uno strisciante do ut des si intromette anche nel cuore. Certo, la preadolescente con i primi brufoletti, che risponde in tono strafottente, ci costringe a scendere un gradino più in profondità alle radici del nostro amore.

L’ex bebé adorabile si trova costretto a una lotta impari contro il tempo. Viene inchiodato alle prestazioni, che spesso – ironia della sorte – migliorano in maniera inversamente proporzionale alla nostra sete di risultato. Alla nostra incapacità di amare senza giudizio. Il ricatto affettivo è in agguato dietro a ogni tabellina, ad ogni pagina di storia. Forse per qualcuno può funzionare, può sostenerlo nell’impegno per essere all’altezza, per meritare amore. Ma mi chiedo a che prezzo emotivo. E se non sia più frequente la rinuncia, il cortocircuito di svogliatezza e menefreghismo che generano lontananza, fastidio. C’è bisogno di lavorare su se stessi però per ritrovare quello sguardo che dà senza chiedere, che accoglie comunque, per quello che si è. Almeno da mamma e papà te lo aspetti.

Il Fatto Quotidiano, 28 ottobre 2013

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