Alla fine per Giorgio Napolitano è arrivato l’ordine di deporre come testimone al processo sulla Trattativa tra pezzi dello Stato e le istituzioni. A deciderlo è stato il presidente della Corte d’Assise Alfredo Montalto, che ha quindi accolto le richieste dell’accusa rappresentata in aula dal pm Nino Di Matteo. Dall’ufficio stampa del Quirinale fanno sapere: “Si è in attesa di conoscere il testo integrale dell’ordinanza di ammissione della testimonianza adottata dalla Corte di Assise di Palermo per valutarla nel massimo rispetto istituzionale”.

“Altamente rilevante e certamente pertinente” erano gli aggettivi che il pm aveva utilizzato per descrivere l’importanza della presenza di Napolitano al processo. A nulla è quindi valsa l’opposizione netta di Giuseppe Dell’Aira, avvocato dello Stato che si era originalmente appellato alle “prerogative di assoluta riservatezza che riguardano non solo l’attività pubblica, ma anche quella informale del Presidente” pur di evitare a Napolitano un’imbarazzante deposizione. E invece il capo dello Stato dovrà essere sentito come testimone nello stesso processo in cui vede imputato l’amico Nicola Mancino, già sua vice al Csm.

Appena un anno fa Napolitano aveva chiesto e ottenuto la distruzione delle quattro telefonate intercettate, in cui la sua voce era rimasta impigliata nelle bobine della Dia mentre colloquiava con Mancino, dopo aver trascinato la procura di Palermo addirittura davanti alla Consulta. È per questo motivo che il Presidente della Repubblica potrà essere sentito “nei soli limiti della conoscenza che potrebbero esulare dalla funzioni presidenziali e dalla riservatezza del ruolo”, e cioè sui rapporti con Loris D’Ambrosio, l’ex consulente giuridico del Quirinale scomparso nell’estate 2012.

Ad interessare la procura di Palermo, così come era già stato scritto nella lista dei testi, sono soprattutto le preoccupazioni espresse da D’Ambrosio, che nella lettera del 18 giugno 2012, rivelava a Napolitano il timore di “essere stato considerato solo un ingenuo e utile scriba di cose utili a fungere da scudo per indicibili accordi”. Nella missiva al capo dello Stato, D’Ambrosio si riferiva ad un periodo di tempo che va dalla fine degli anni ’80 ai primi anni ’90, quando era in servizio all’Alto Commissariato per la Lotta a Cosa Nostra e al Ministero della Giustizia. Che tipo di timore tormentava D’Ambrosio? E quali sono gli indicibili accordi a cui faceva cenno il consulente giuridico del Quirinale? Sono a queste domande che dovrà rispondere Napolitano, deponendo come teste al processo che vede imputati i boss Salvatore RiinaGiovanni Brusca e Leoluca Bagarella, gli ex alti ufficiali del Ros Mario Mori, Giuseppe De Donno e Antonio Subranni, i politici Marcello Dell’Utri e Nicola Mancino, più il collaboratore di giustizia Massimo Ciancimino.

Appena poche settimane prima dell’invio della lettera a Napolitano, erano state diffuse le diverse intercettazioni telefoniche in cui l’ex ministro dell’Interno Mancino, accusato nel processo di falsa testimonianza, cercava disperatamente l’appoggio di D’Ambrosio e del Quirinale per essere tutelato dall’inchiesta della procura di Palermo. “Posso parlare col Presidente, perché l’ha presa a cuore la questione” dice rassicurante D’Ambrosio a Mancino nel marzo del 2012. La corte farà testimoniare anche il presidente del Senato Piero Grasso, ex procuratore nazionale Antimafia, e ha ammesso le trascrizioni delle intercettazioni Mancino-D’Ambrosio. Su quelle conversazioni del presidente Napolitano però, in aula sarà vietato fare domande al testimone Napolitano, che su alcune nodi ancora irrisolti è protettissimo dalla sentenza della Consulta.

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