Altamente rilevante e certamente pertinente. Con questi aggettivi il pm Nino Di Matteo ha descritto la necessità di ascoltare la testimonianza di Giorgio Napolitano nell’aula bunker del carcere Ucciardone a Palermo, dove stamattina è ripreso il processo sulla Trattativa tra pezzi dello Stato e Cosa Nostra. Pronta l’opposizione dell’avvocato dello Stato Giuseppe Dell’Aira: Napolitano non deve essere sentito e con lui non devono essere sentiti neanche gli altri testi che possano riferire in merito alle funzioni presidenziali. Dell’Aira si è opposto anche alla trascrizione delle famose conversazioni telefoniche tra il capo dello Stato e Nicola Mancino.

Il motivo? “Le prerogative di assoluta riservatezza che riguardano non solo l’attività pubblica, ma anche quella informale” del capo dello Stato che, come sottolinea sempre l’avvocato dello Stato, sono state stabilite dalla sentenza con cui la Consulta diede ragione al Quirinale nel conflitto sollevato contro la Procura, ordinando di distruggere le quattro intercettazioni tra l’ex ministro dell’Interno e Napolitano. Il nome del due volte presidente della Repubblica era già stato inserito dai magistrati palermitani nella lista dei testi da sentire alla vigilia del processo che vede imputati uomini dello Stato e boss di Cosa Nostra. “La testimonianza di Napolitano in questo processo appare rilevante per i riferimenti effettuati dal suo consigliere Loris D’Ambrosio nella lettera che lo stesso D’Ambrosio scrisse al presidente della Repubblica in merito ai fatti verificatisi tra il 1989 e il 1993″ ha detto in aula Di Matteo, che insieme ai colleghi Francesco Del Bene e Roberto Tartaglia rappresenta l’accusa nel procedimento contro i boss Salvatore Riina, Antonino Cinà, Giovanni Brusca e Leoluca Bagarella, gli ex alti ufficiali del Ros Mario Mori, Giuseppe De Donno e Antonio Subranni, i politici Marcello Dell’Utri e Nicola Mancino, più il collaboratore di giustizia Massimo Ciancimino.

I pm palermitani hanno esposto alla corte d’assise presieduta da Alfredo Montalto le varie fonti di prova e la lista di testi che costituiscono la loro linea accusatoria. E l’interrogatorio del capo dello Stato verterà soprattutto su un argomento: lo scambio epistolare tra il Presidente e l’ex consigliere giuridico del Quirinale Loris D’Ambrosio, che il 28 giugno del 2012 confidava a Napolitano i suoi timori per “essere stato considerato solo un ingenuo e utile scriba di cose utili a fungere da scudo per indicibili accordi”. All’epoca dello scambio epistolare tra il consigliere giuridico del Colle e Napolitano, erano appena finite sui giornali le varie intercettazioni in cui l’ex ministro dell’Interno Mancino, accusato nel processo di falsa testimonianza, cercava l’appoggio di D’Ambrosio e del Quirinale per essere tutelato dall’inchiesta della procura di Palermo. E proprio a Mancino l’accusa ha dedicato il passaggio finale dell’esposizione delle prove. “Proveremo che l’ex ministro – ha detto il pm Del Bene – ha utilizzato più canali istituzionali per incidere sulle indagini della procura di Palermo: dal tentativo di D’Ambrosio di sollecitare i poteri d’intervento della Dna, sino a prospettare l’eventualità di un’avocazione delle indagini”. “Il Presidente condivide la sua preoccupazione” diceva D’Ambrosio a Mancino il 5 aprile del 2012, mentre la sua voce rimaneva impressa nelle bobine della Dia. “Dimostreremo come i più alti vertici dello Stato si sono attivati su richiesta di un privato cittadino” ha chiosato Del Bene. Dopo l’opposizione dell’avvocatura dello Stato, adesso la richiesta dei pm di ascoltare Napolitano verrà a questo punto valutata dalla corte.

Davanti ai giudici è anche ricomparso uno dei testi principale dell’inchiesta, Massimo Ciancimino, accusato a sua volta di concorso esterno a Cosa Nostra e calunnia ai danni di Gianni De Gennaro. Il figlio dell’ex sindaco mafioso di Palermo, recentemente arrestato all’interno di un’indagine per evasione fiscale, ha chiesto di fare dichiarazioni spontanee, ed ha raccontato di aver ricevuto una missiva di minacce proprio il giorno precedente all’ultimo arresto. “Tu non sei un collaboratore – scrive l’anonimo estensore a Ciancimino – altrimenti mi avresti riconosciuto negli album fotografici che ti sono stati sottoposti dalla procura”. Il tenore sembrerebbe indicare l’estensore della missiva nel cosiddetto signor Franco, il sedicente uomo dei servizi che avrebbe accompagnato i punti cruciali della Trattativa.

In aula ha fatto la sua comparsa a sorpresa anche Antonio Ingroia, che da procuratore aggiunto è stato titolare del procedimento dalla sua origine fino al deposito della memoria conclusiva delle indagini. Ingroia, che nel frattempo si è candidato premier senza successo e ha poi lasciato la magistratura, ha nuovamente indossato la toga per rappresentare da avvocato l’Associazione tra i familiari delle vittime della Strage di via dei Georgofili, ammessa come parte civile. Per l’ex pm però non ci sarebbe nessuna incompatibilità. “Le polemiche – ha detto l’ex pm durante una pausa – accompagnano la mia vita, ma non mi interessano. Io non sono incompatibile né come avvocato né come politico però alcuni pensano che io sia incompatibile con l’Italia”.

Il processo sulla Trattativa, che si è incrociato per quasi un anno con quello per la mancata cattura di Bernardo Provenzano (nel luglio scorso sono stati assolti Mauro Mori e Mauro Obinu dall’accusa di favoreggiamento aggravato), ha perso durante l’udienza preliminare due imputati principali: sospesa per motivi di salute la condizione del ragioniere della Trattativa, il boss Bernardo Provenzano, mentre l’altro ex ministro Calogero Mannino, indicato come l’uomo che per primo ispirò contatti con Cosa Nostra, ha scelto il rito abbreviato, e il suo processo inizierà il 15 ottobre.

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