Lunedi’ sera sono andata alla Festa dell’Unità a coronare il sogno che da un anno m’ingombrava il cassetto: un vis a vis con Pierluigi Bersani

Episodio pensato e ripensato, spesso perfino sognato, talvolta verificatosi in forma di accorato monologo versus televisore, l’agognato incontro ha luogo tra i tavoli di plastica di una delle trattorie romane trasferitesi a Parco Shulter per la Festa.

Tra una salsiccia e una cotoletta esordisco così: ‘Tu per me sei come la prima cotta a sedici anni che ti spezza il cuore per tutta la vita’.

Sorride, mi guarda tra l’incerto e l’incuriosito. Proseguo: “Ho votato per l’ultima volta il Partito democratico e l’ho votato solo per te. Credevo nella tua buona fede, nelle tue  metafore improbabili, nella bonarietà del tuo sguardo; mi sono illusa che mi avresti portata a sinistra, in una savana di giaguari a tinta unita, e invece non ne hai avuto il coraggio”. Ascolta, mi guarda benevolo, le code degli occhi mirano a terra disegnando un sorriso degli occhi.

Sono arrabbiata, eppure, non posso farci nulla, continua a starmi simpatico. 

“Io non lo volevo Letta al governo, non l’ho votato”, dico, e intanto penso a quando, qualche minuto prima, dal palco ha chiosato: ‘Non c’è nessuna legge che dica che non ci si metta le dita nel naso’, e mi viene da ridere ma mi trattengo.

A tratti – deformazione professionale forse – mi sembra di essere in una commedia dell’assurdo. Ionesco, Beckett, qualcosa del genere.

Mi risponde che non ci è riuscito, che non glielo avrebbero permesso, che io ho ragione; mentre le sue labbra continuano a muoversi, il suono delle parole si fa lontano e tutto il mio ascolto vira dalla bocca agli occhi. Mi parlano d’impotenza e rassegnazione; di speranze disattese, di fallimenti e di limiti invalicati, se non invalicabili; di crociate contro mulini a vento con le pale rotte; di quello che gli sarebbe piaciuto e che non è stato, e, checché ne dicano i suoi discorsi, forse non sarà mai. Umano troppo umano, penso, e l’umanità è fallace spesso, meschina a volte, insufficiente quasi sempre.

D’improvviso, mi risveglio dallo stato ipnotico in cui sono caduta e sento l’ultima parola che esce dalla sua bocca: “Passerà”. 

Eccola la verità, scappata dalle labbra un momento prima che il recinto venga chiuso nuovamente: noi siamo impotenti, quest’epoca è ingovernabile, non abbiamo abbastanza coraggio per rischiare tutto e dunque dobbiamo solo aspettare che questo implacabile presente passi da sé.

Beckett… ecco chi mi ricorda… Aspettando Godot.

Vladimiro ed Estragone davanti a un albero (quercia o ulivo che sia..), che attraverso la caduta delle foglie scandisce il passare del tempo, aspettano, tra lamentele inutili e discussioni prive di senso, l’arrivo di Godot; e puntualmente, alla fine dell’atto, viene loro annunciato che Godot verrà domani.

I due atti finiscono allo stesso modo. Dopo la notizia che Godot non verrà:

-E allora? Possiamo Andare?

-Sì, andiamo.

E la didascalia dice “Non si muovono”.

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