Peccato che il trentenne Marco di Lauro, boss latitante dal 2004, reggente dell’omonimo clan, non è un cittadino kazako. C’è da immaginare che il quarto figlio del super padrino Paolo Di Lauro soprannominato Ciruzzo ‘O Milionario, in carcere dal 2005, fosse nato in Kazakistan a quest’ora già sarebbe dietro le sbarre.

Non è un caso che il giovane di belle speranze camorristiche è inserito nella lista del Viminale dei 30 più ricercati d’Italia. Se il Viminale e il ministro dell’Interno Angelino Alfano hanno mostrato una inaspettata efficienza nella bruttissima vicenda dell’espulsione della moglie e della figlioletta del dissidente Ablyazov così non si può dire con i latitanti di camorra.

Il clan Di Lauro cacciato da Scampia e dai Comuni alle porte di Napoli come l’araba fenice è rinato attorno al giovane rampollo. Dal padre ha ereditato freddezza, fiuto, logiche e carisma. Possiede grande lucidità: niente assunzione di cocaina, neanche una birra, un bicchiere di vino. Non è sposato, non ha relazioni, pochissimi uomini gli fanno da cerchio magico. Se il fratello maggiore Cosimo (in carcere dal 2005 insieme ai fratelli Vincenzo e Ciro), nello svecchiare il clan innescò la sanguinosa faida contro i cosiddetti scissionisti, al contrario Marco è riuscito a ritessere le fila della cosca e non solo. E’ stato il burattinaio della seconda faida di Scampia dove il nemico storico: gli scissionisti sono stati annientati. Una vendetta portata avanti in silenzio e senza apparire. Il giovane boss è alla macchia da nove anni. E’ di poche parole, non possiede il cellulare e abituato a vivere con il nulla. E’ un ectoplasma.

La Direzione Distrettuale Antimafia, il mese scorso, era sicura di acciuffarlo. Il blitz è scattato all’alba 110 affiliati arrestati ma Marco Di Lauro non c’era. In manette anche l’ultimo dei figli di Ciruzzo ‘o Milionario: Raffalele Di Lauro, 19 anni, preso su di una nave in mezzo al mare mentre era in compagnia della fidanzata e insieme festeggiavano in crociera il compleanno di lei. La Dynasty criminale di Secondigliano, è cominciata con Paolo Di Lauro, imprenditore della droga che negli anni Novanta creò un cartello di malavitosi capaci di acquistare eroina e cocaina direttamente dai narcos sudamericani. Milioni di euro, soldi da pesare e non contare. Incassi multimiliardari. Nei libri mastri non mancano le voci del welfare criminale: onorari agli avvocati, pagamento delle settimane agli affiliati liberi, stipendio alle famiglie di quelli detenuti e aiuti ai “bisognosi” con buoni per la spesa.

Sarebbe opportuno che il Viminale invece di ricevere ambasciatori della diplomazia kazaka si mostrasse sensibile e attento nel ricevere questori e commissari impegnati nella lotta ai clan senza possedere mezzi. E’ scandaloso che si permette a Marco Di Lauro di essere latitante da nove anni. Una primula rossa inafferrabile, uno spettro che però tutti vedono e salutano a Secondigliano. A volte pare sia scortato da sosia, altre travestito da donna. Questo giovane criminale è inseguito da più ordini di cattura. Ha una condanna all’ergastolo come mandante dell’omicidio di Attilio Romanò, una vittima innocente, impiegato in un negozio di telefonini ucciso per errore durante la prima faida; poi deve scontare una condanna a undici anni e due mesi per associazione camorristica ed è alle prese con un ordine di cattura per droga. 

C’è chi ne ammira le gesta, basta affacciarsi su facebook, abbondano profili e fan pagine inneggianti il suo nome.

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