Ci sono volute ore di negoziati notturni, ma alla fine l’Unione bancaria è partita. Anche se si sta rivelando qualcosa di diverso da quello che molti si immaginavano.

Finora le crisi bancarie europee sono state gestite in tre modi diversi: nella prima fase sono intervenuti gli Stati, caricandosi le perdite delle banche che avevano esagerato, arrivando al collasso (Irlanda, Gran Bretagna, ma anche Germania, sono intervenute direttamente). E il debito privato è diventato debito pubblico, la soluzione si è rivelata peggiore del problema: il caso simbolo è quello dell’Irlanda che dopo aver salvato le sue banche si è dovuta rivolgere al fondo salva Stati per essere salvata a sua volta perché il suo debito era passato dal 25 per cento del Pil al 92 del 2011. Oggi è al 117,6 e i problemi sono tutt’altro che finiti.

Il secondo modo di gestire le crisi bancarie è stato quello spagnolo: giusto un anno fa il Consiglio europeo ha deciso che i 40 miliardi che servivano alle banche spagnole sarebbero andati dall’Esm, il fondo Salva Stati, a un fondo di garanzia dei depositi spagnolo invece ha al governo. L’obiettivo era costringere l’esecutivo di Mariano Rajoy a fare riforme, nello specifico nel settore bancario, senza però caricare il fardello del salvataggio sul debito pubblico, facendo deflagrare la crisi latente di finanza pubblica che aleggia sulla Spagna.

I punti poco chiari del “modello spagnolo” erano tanti che alla successiva emergenza, a Cipro, si è scelto un approccio ancora diverso: la crisi di una banca è prima di tutto un problema dei suoi azionisti, poi dei creditori, alla fine dello Stato e, se proprio non c’è alternativa, dell’Europa . Gli azionisti delle banche “salvate”, Laiki e Bank of Cyprus, a Cipro perdono tutto, ma anche i depositanti sopra la soglia di salvaguardia, cioè con più di 100mila euro sul conto, dovranno affrontare pesanti perdite. Difficile dire esattamente quanto pesanti, visto che il salvataggio di Cipro è in corso e i numeri continuano a oscillare.

Ma il principio si è affermato: basta “bail out”, cioè salvataggi dall’esterno, ora si passa ai “bail in, in cui costi si caricano all’interno.

E l’embrione di Unione bancaria si fonda su questa logica, lasciando però margini di flessibilità alle autorità nazionali (nel nostro caso la Banca d’Italia) per decidere quali attività proteggere dal “bail in”, a parte quelle intoccabili, come i depositi sotto i 100mila euro, i crediti dei dipendenti e quelli dei fornitori che devono consegnare beni o servizi vitali per la banca e i prestiti interbancari più recenti, fino a una settimana.

La novità più importante è la richiesta ai Paesi membri di creare un “fondo di risoluzione ex ante”. Cioè un salvadanaio da rompere quando la necessità lo richieda: entro 10 anni deve coprire lo 0,8 per cento dei depositi assicurati. Un fondo di emergenza che potrà intervenire in caso di scioglimento di una banca per limitare i danni alle categorie più deboli, fino a coprire il 5 per cento delle passività della banca. Effetto collaterale: saranno ridotti gli utili delle banche che ogni anno dovranno destinare un po’ di risorse a questo salvadanaio.

Il fondo potrà comunque essere usato soltanto dopo che gli azionisti avranno subito una perdita di almeno l’8 per cento delle passività della banca. Prima pagano i soggetti coinvolti, poi lo Stato e  solo alla fine l’Europa.

Gli analisti del settore sono un po’ perplessi perché le incertezze sugli effetti di queste nuove regole  (che devono essere approvate dal Parlamento europeo e non saranno operative prima del 2018): da oggi chi ha più di 100mila euro sul conto farebbe bene a spostare l’eccedenza, le imprese che gestiscono la propria liquidità in una banca a rischia dovrebbero cambiare quanto prima, chi ha soldi da investire in azioni del settore bancario potrebbe scappare verso le banche meglio capitalizzate, dove si rischiano meno perdite in caso di bail in.

Fibrillazioni potenziali che già complicano un momento finanziario piuttosto agitato, dopo l’annuncio della Federal Reserve di ridurre, l’anno prossimo, il sostegno monetario anti-crisi.

E se da qui al 2018 ci fosse davvero bisogno di salvare una banca? Magari in Italia (Monte Paschi ma non solo)? “L’Europa farà quello che sa fare meglio: improvvisare”, è la sintesi del Financial Times.

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