Dopo due notti di negoziati, i ministri delle Finanze dell’Ue hanno raggiunto un accordo su un meccanismo di “fallimento ordinato” delle banche che prende le mosse dal caso Cipro e che vedrà partecipare attivamente azionisti e creditori non assicurati nell’eventualità di un default degli istituti di credito. Il progetto di direttiva raggiunto dai ministri europei passerà ora alla consultazione del Parlamento europeo. Per il ministro dell’Economia Fabrizio Saccomanni si tratta di “un buon compromesso nella direzione dell’Unione bancaria che contribuisce a spezzare il circolo vizioso tra rischio sovrano e rischio bancario”.

In pratica si è trovato un compromesso tra chi come Francia e Gran Bretagna volevano più flessibilità, cioè la possibilità di scegliere da soli a chi far pagare il conto delle banche che falliscono, e quelli come la Germania che invece volevano regole uguali per tutti. Secondo il ministro irlandese Micheal Noonan, l’accordo “ci porta dal bail-out al bail-in”, ovvero dal salvataggio da parte degli Stati alla suddivisione delle perdite all’interno della banca stessa accollandole ai privati e “tutelando così i contribuenti”. In base al meccanismo definito, quando una banca fallisce, a rimetterci saranno in prima battuta gli azionisti, poi gli obbligazionisti meno assicurati e infine i depositi, fatti salvi quelli sotto i centomila euro che sono garantiti da una direttiva europea. Esclusi i salari e i benefici pensionistici dei dipendenti. Soddisfatto anche il commissario Ue al mercato interno Michel Barnier, autore della direttiva originale, che ora vuole anche il via libera del Parlamento Ue entro l’anno.

Il mercato, invece, non sembra soddisfatto dell’intesa raggiunta. Piazza Affari ha chiuso in rialzo dello 0,44%, ma i principali istituti bancari hanno terminto la giornata in rosso: Monte dei Paschi di Siena a -1,86%, Intesa Sanpaolo a -0,87%, Mediobanca a -2,04%, Unicredit a -0,3% e Banca popolare di Milano a -2,81%.

Le nuove regole, che dovrebbero arrivare a regime nel 2018, istituiscono i fondi di risoluzione nazionali e danno alle singole autorità nazionali di risoluzione un certo grado di flessibilità, per casi eccezionali, che permetterà di escludere determinate passività delle banche dal bail-in o, addirittura, di utilizzare i fondi di risoluzione in senso contrario alla loro natura: per ricapitalizzare la banca in crisi. La flessibilità, però, sarà concessa solo dopo che gli azionisti e i creditori dell’istituto avranno subito una perdita pari all’8% delle passività totali.  In base al compromesso raggiunto nella notte, poi, in circostanze eccezionali, cioè una volta che tutte le passività non garantite sono state inserite nel bail-in e il contributo del fondo di risoluzione ha superato il tetto del 5% delle passività totali della banca, si possono trovare anche altre risorse per non penalizzare le passività garantite. Cioè soldi pubblici.

Il bail-in, tuttavia, non è l’unico strumento di risoluzione previsto dall’accordo: ce ne sono altri tre. Si parte con la vendita di una parte degli asset della banca in crisi, oppure con la creazione di una “istituzione-ponte” per il trasferimento degli asset bancari sani a un’entità  a controllo pubblico e la terza è la separazione delle attività con il trasferimento di quelli problematici a un veicolo specializzato. Il cancelliere tedesco Angela Merkel ha salutato l’accordo dicendo: “Questo è quello che davvero è necessario. Una questione centrale – ha detto – è come le banche europee possano recuperare fiducia”.

Il prossimo round comunitario prevede, a partire da oggi pomeriggio, il vertice su bilancio, crescita e lavoro. Sul tavolo dei leader Ue l’emergenza occupazione e le misure per rilanciare la crescita, tutto sotto la spada di Damocle del bilancio Ue: l’accordo sul budget 2014-2020 è di nuovo in discussione, con il Parlamento pronto a mettere il veto, e da esso dipendono quasi tutte le risorse che i leader vorrebbero stanziare per l’occupazione. L’Italia sarà, come spesso ultimamente, uno dei protagonisti del summit chiamato a confermare la chiusura della procedura per deficit eccessivo, e sarà difficile per Enrico Letta evitare le domande sulle nuove misure (Iva e Imu) visto che la Ue aspetta di conoscere le coperture.