Le parole della politica sono poste in gioco nella partita del potere. Alcune per ferire a morte, altre per ingannare. Il più recente esempio del primo tipo è la derisione degli ottant’anni di Stefano Rodotà da parte di Beppe Grillo, in totale contrasto con l’entusiastico apprezzamento espresso sino a un attimo prima nei confronti dell’autorevole giurista e della sua ammirevole storia di combattente intemerato dalla parte dei diritti.

Un ribaltamento apparentemente incomprensibile, le cui ragioni vengono chiarire dal punto finale dell’attacco grillesco: “gli auguriamo di costruire la sinistra…”. Eccoci al dunque: in questi mesi Rodotà si era – per un verso – speso nell’opera di incivilire un M5S a rischio di insignificanza per carenza di fondamentali politici. Dall’altro aveva promosso un embrione di operazione politica che traducesse il successo elettorale di febbraio nella costituente di un nuovo soggetto capace di intercettare anche le prevedibili emorragie elettorali dal Pd prossime venture.

Dunque, un’opera lungimirante e certamente fondativa del passaggio alla Fase 2: dopo la rottura, il momento costitutivo di una democrazia dei cittadini. Ovviamente “di sinistra” (accantonando le furbate ignoranti, nella logica bassamente “acchiappatutto” del “né destra e né sinistra”). Il problema determinatosi è che questa operazione andava oltre i confini che Grillo e il suo mentore Casaleggio possono presidiare. E che razza di scatenati presidiatori questi due siano, ce ne siamo resi conto ormai un po’ tutti (compresi i parlamentari Cinquestelle, in preda a evidente terror panico da reprimenda dei gran capi). In più va detto che Grillo non aveva mai interagito con personaggi della caratura di un Rodotà, avendo in passato maneggiato soltanto materiale umano di facilissima manipolazione: quello dei Crimi e degli analoghi yes-man.

Per questo, per salvare il proprio habitat e il conseguente controllo carismatico, si è resa necessaria la rottura. Anche se resta da appurare “mortale” per chi, se per il giurista o il guru di Sant’Ilario. Certo mortale per uno sbocco in positivo del capitale politico del M5S imboscato improduttivamente in Parlamento. Ma mentre si consuma lo scempio suicida, altre parole compiono azioni di killeraggio, questa volta di verità. Sul fronte del governo, da dove zampillano cascate di assicurazioni mendaci.

In particolare tre: il superamento del Porcellum grazie a un nuovo regime in materia elettorale; l’avvio di politiche che contrastino la disoccupazione, specie giovanile; l’eliminazione del finanziamento pubblico ai partiti.

La materia di un trio di sceneggiate all’insegna della totale spudoratezza. In effetti per la legge elettorale si prospettano interminabili rinvii, giustificati (vedi Epifani dalla Gruber) come ricerca della perfezione assoluta; quando – in verità – l’intera corporazione partitica non intende rinunciare al privilegio di designare lei stessa gli organigrammi parlamentari. Come direbbe la Finocchiaro: ma cosa vogliono questi della società civile? Per la lotta alla disoccupazione va sempre tenuto a mente che il disagio sociale non abita nel bacino elettorale dei partiti di governo, dunque ecchissenefrega (al di là di qualche frase di prammatica compassione). Per il finanziamento pubblico ai partiti già è iniziata la corsa ai distinguo perché “tutto cambi affinché nulla cambi”. Insomma, tra killeraggi e mistificazioni questa è la politica che ci passa il convento: pura difesa dei propri orticelli.

Ormai i più, costernati, dichiarano apertamente che “se è così, fatevela tra voi”. Il problema è che quegli altri non chiedono di meglio, perché la vera mutazione intervenuta in questi anni nel discorso pubblico è che ormai la sua legittimazione può tranquillamente fare a meno del consenso. Alcuni ancora – come Paolo Flores d’Arcais – sono speranzosi in un ravvedimento almeno di Beppe Grillo. Ci piacerebbe tanto che avessero ragione loro. Però…

 

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