Segna la fine di un’epoca la morte di Ratón, il toro da oltre mezza tonnellata di peso soprannominato ‘el vengador de los toros’, perché come un angelo sterminatore nella sua quasi decennale carriera si è vendicato di tutti i suoi conspecifici morti nelle corride, uccidendo tre persone e ferendone a decine tra quelle che hanno voluto sfidarlo. La sua fortuna è stata quella di essere allevato da Gregorio de Jesús, un ex matador (quello che nella corrida entra per ultimo e solitamente riserva le stoccate mortali al toro) che ha deciso di farlo partecipare solo a quelle gare che non prevedono alla fine la sicura morte dell’animale. Che fossero corride vere e proprie, encierros (le corse di tori nelle strade, dove la bestia mette alla prova il coraggio degli umani che gli corrono intorno) o recortes (quando il pubblico corre intorno al toro in un’arena, solitamente piena di ostacoli).

A soli due anni Ratón – il cui nome significa topo e ricorda che quando nacque sembrava addirittura più piccolo del normale – si guadagna la fama di cattivo infilzando il primo torero durante una classica corrida. Poi tutta una serie di recortes in cui squarta decine di persone facendosi conoscere in tutta la Spagna e, quattro anni dopo, miete la sua prima vittima: un 54enne di Leòn ucciso a Sagunto con una serie impressionante di cornate. Un efferato omicidio ripreso dalle telecamere e diventato immediatamente un video di culto su internet. L’accaduto contribuisce ad aumentare la fama di Ratón, e ad alzare il prezzo del cartellino delle sue partecipazioni in giro per il paese. Quell’animale altrimenti pigro e svogliato, ma che nell’arena si trasforma in un letale serial killer comincia anche a essere conosciuto fuori dai confini iberici, e si guadagna il soprannome di toro assassino.

Ma è nel 2008, quando durante una corrida incorna a morte un matador professionista, che gli appassionati lo nominano il vendicatore dei tori. Ratón è ormai una star, e le varie fieste se lo contendono pagando le sue prestazioni anche dieci volte tanto rispetto a quelle degli altri tori. Ratón rispetta sempre le attese, ma nel 2011, quando un 29enne è incornato a morte in diretta tv nella festa cittadina di Xativa, provincia di Valencia, dopo essere entrato nell’arena palesemente ubriaco senza che nessuno lo fermasse, de Jesús decide di ritirarlo. Negli ultimi due anni, come Buffalo Bill al termine della carriera, il toro più famoso al mondo, cui nel frattempo sono dedicate anche biografie e un videogioco, si concede solo a fiacche e superpagate esibizioni circensi. Come l’ultima di due settimane fa a Valencia, dove però a nessuno è permesso sfidarlo.

Perché Ratón fino all’ultimo è considerato il più pericoloso, forse il più temibile tra tutti i tori che abbiano mai calcato le sabbie della penisola. E’ l’unico che abbia saputo sovvertire la famosa definizione data da Hemingway della corrida come tragedia: “la morte del toro, che è recitata, più o meno bene, dal toro e dall’uomo insieme e in cui c’è pericolo per l’uomo ma morte sicura per l’animale”. Ratón è sopravvissuto all’uomo e, quando si è spento domenica nella stalla dove è nato nella borgata di Sueca, vicino a Valencia, è stato solo per l’artrosi e la vecchiaia (dodici anni per un toro sono quasi novanta per un essere umano). Ora, ha annunciato de Jesús che lo ha poi paragonato a Muhamad Alì, Ratón sarà imbalsamato, perché nessuno dimentichi la storia del vendicatore dei tori.

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