A Piacenza la cancellazione della Provincia sta facendo rumore più di altrove. L’Amministrazione provinciale di centrodestra, infatti, non si è limitata a valutare l’accorpamento più sensato all’interno della regione, ma ha promosso un referendum per far emigrare il territorio piacentino in Lombardia.

Al momento, perciò, siamo stati accorpati a Parma, ma verremo chiamati, non si sa quando, alle urne per esprimerci sul possibile cambio di regione. Il centrodestra gioca così, al contempo, la carta dell’operazione ideologica e dell’alleanza pragmatica con alcuni poteri economici del territorio. Rompere con l’Emilia-Romagna significa in primis rompere con “i comunisti”, ovvero con una regione che, malgrado tutto, ha ancora tradizioni progressiste e solide politiche pubbliche.

Non è un caso che il deputato Tommaso Foti (Pdl), allievo missino dell’avvocato in camicia nera Carlo Tassi, si sia messo alla testa di questa crociata “neo-scissionista”. Ma non è tutto: i flussi produttivi, di merci e di persone della città capoluogo spingono verso la Lombardia. Ha preso piede così la tentazione, condivisa da diverse lobby economiche locali, di ridisegnare confini e territori in base alle leggi del mercato e della produzione.

In più, vuoi mettere partecipare al piatto ricco dell’Expo da lombardi, e non da vicini di casa? C’è però un particolare: l’esito del referendum è già scritto. Referendum del genere, infatti, necessitano di maggioranze qualificate: per passare in Lombardia, ci vuole la maggioranza dei voti favorevoli degli aventi diritto al voto. Non dei soli votanti. E a Piacenza l’opinione pubblica è quantomeno divisa.

Il giornale Libertà, l’unico quotidiano di queste parti, ha lanciato nelle settimane scorse un sondaggio tra propri lettori sul destino della provincia piacentina: il 44% ha indicato l’opzione referendaria per andarsene in Lombardia, mentre il restante 56% ha indicato altre opzioni ma tutte interne all’Emilia-Romagna. Se il referendum ci sarà davvero, farò con determinazione campagna elettorale per contribuire a sconfiggere la crociata della destra e a rimanere in Emilia-Romagna. Non mi sfugge però il carattere regressivo di questo referendum: si discute di confini e di micro-appartenenze territoriali, cosa impensabile fino a poco tempo fa, e rimangono sullo sfondo i processi più importanti. Siamo ai tempi della ristrutturazione della democrazia, e pochi se ne accorgono. Il governo Monti cassa consiglieri e assessori, taglia un po’ di malapolitica ma soprattutto molta democrazia. Nascono Province con milioni di abitanti, ingestibili da un punto di vista istituzionale: questi sì destinate a diventare dei “carrozzoni”.

Compiti, come le politiche attive del lavoro, che possono essere svolti unicamente da enti sovracomunali rischiano di uscire dall’intervento del governo pesantemente indeboliti. A pagare saranno soprattutto le cittadine e i cittadini. E le Province continueranno ad esistere, ma non saranno più i cittadini a scegliere i propri rappresentanti. In sintesi, vorrei rimanere emiliano-romagnolo, perché non vedo nessuna ragione per cui valga la pena cambiare. E’ già una perdita di tempo il discuterne. E vorrei pure continuare a vivere nella democrazia delineata dalla nostra Costituzione, non in un Paese in cui le comunità locali e le istituzioni assomigliano sempre di più ad aziende e a consigli d’amministrazione. Chiedo troppo?

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