Il Comune di Piacenza ha appena rinnovato un accordo con la Caritas diocesana per andare in aiuto alle famiglie falciate dalla crisi. I Vigili del fuoco protestano perché non hanno più i soldi per fare benzina. Mentre la città ha il record di sfratti in Emilia Romagna. In questo contesto, tra i nuovi “indigenti” ci sono anche insospettabili personaggi del mondo politico, come il deputato del Pdl Tommaso Foti che lancia il suo personale grido di allarme: “Se mi tagliano lo stipendio da parlamentare ho le pezze al culo”.

Il povero di Montecitorio – Una storia singolare, quella di Foti, che interrogato sul come la pensasse a proposito della necessità di dimezzare i compensi di deputati e senatori- in linea con il regime di austerity imposto dal periodo di crisi- prima è andato su tutte le furie (“è una polemica vergognosa”) per poi ammettere il proprio status di “sfigato”, visto che dopo anni di aspettativa dal suo precedente lavoro, non riuscirebbe a mettere insieme il pranzo con la cena se proprio ora la mannaia dei tagli del Governo colpisse anche i parlamentari. Foti percepisce uno stipendio di 113.394 euro l’anno che, su per giù, fanno 9.449 euro al mese, rientrando nella classifica dei più “poveri” di Montecitorio. “Non mi sento per niente un beneficiato” replica il deputato piacentino “perché io devo sempre girare, telefonare, ho anche una prima moglie a cui devo dare gli alimenti”.

Non sono mica Paniz” – Insomma, a Foti quei nove mila euro e mezzo al mese servono tutti e, anzi, forse non bastano nemmeno. “Per telefonare spenderò 500 euro al mese e alla Camera ti rimborsano solo per 350 euro”. E uno. “Poi io invece di andare in vacanza, faccio 70.000 chilometri l’anno con una 166 sfigata, e ce l’ho solo io quella macchina lì”. E due. Poi, le bollette di luce, gas e telefono della sede del Pdl di piazzale Torino che il deputato usa anche come ufficio. E tre. Infine, è chiaro, la famiglia. “Io alla mia prima moglie devo dare gli alimenti. Glielo dite voi al giudice che non posso più darle 2.000 euro al mese?”. La proposta del Governo non trova quindi il favore del deputato visto che “non sono mica Paniz, che lui ha lo studio legale più grande d’Italia e 3.000 o 5.000 euro al mese non gli fanno la differenza”. Lui, Foti, era un semplice rappresentate della Martini “e dopo 17 anni di aspettativa, visto che sono stato eletto in parlamento, mi spetterà di pensione 1.500 euro”. Spicci, insomma.

Potessi tornare indietro – Dopo la rabbia iniziale, per Foti inizia lo sconforto. Gira per il suo ufficio con la dichiarazione dei redditi, i contributi versati all’Inps gli ultimi salari percepiti durante gli anni da lavoratore dipendente. Perché se da gennaio entrasse in vigore il nuovo sistema contributivo per tutti i comuni mortali “io sono rovinato, con le pezze al culo, e poi mi si costringe a brandire una pistola, sparare in giro e costituirmi” dovendo dire addio al vitalizio. E a 51 anni Foti dovrebbe andare a ribussare alla porta della Martini per chiedere indietro il suo vecchio posto da rappresentante “e magari, che so, non mi mandano a lavorare vicino a casa, ma a Reggio Calabria”. Una vera sciagura. Ma il pidiellino, una soluzione ce l’ha: “L’indennità parlamentare dovrebbe essere adeguata all’ultimo stipendio percepito”. Sì, perché “sarebbe giusto che le regole del gioco si stabilissero all’inizio e non durante- chiosa sconsolato il parlamentare- perché se lo sapevo mica mi mettevo in aspettativa”.“Spostandosi verso il centro, il ragionamento non è molto diverso. Anche Enzo Raisi, ex consigliere del Comune di Bologna e oggi deputato di Futuro e libertà, si potesse tornare indietro ci penserebbe due volte prima di candidarsi per Montecitorio. “Proseguendo la carriera imprenditoriale avrei guadagnato di più e sarei stato più rispettato. Mentre in Italia appeni esci dal palazzo ti prendono a pesci in faccia”. Il finiano si dice disposto a fare la sua parte, ma avverte: “Se andiamo avanti di questo passo avremo un Parlamento composto solo da ricchi o da pensionati”.

Le reazioni degli onorevoli – Insomma per alcuni parlamentari emilianoromagnoli non è facile digerire la prospettiva (in verità tutt’altro che vicina) di una busta paga più leggera. Sia a destra sia a sinistra sono diversi gli onorevoli schierati sulla difensiva. C’è chi si sente vittima di campagne mediatiche mirate, chi bersaglio di “un accanimento ingiustificato”. E chi non accetta di essere il solo a pagare: “Sono altri a dover fare sacrifici”.

Berselli: “Paghino anche gli altri” – Con queste premesse sembra proprio che il provvedimento, una volta approdato in Parlamento, non avrà vita facile. “Troppo semplice prendersela con noi – sbotta il senatore bolognese del Pdl Filippo Berselli –. Perché non si vanno a toccare i compensi dei membri del Csm, o quelli dei dirigenti di Finmeccanica ed Eni?” Il rischio, secondo il senatore, è che si scivoli nella demagogia senza ottenere risultati concreti: “Non sono contrario ridurmi lo stipendio, ma se lo fanno solo le camere non servirà a nulla. Occorrerebbe pianificare una serie di tagli, estendendoli ad altre figure”.

Gli attacchi ai media – La ricetta di Giuliano Cazzola, altro bolognese di centrodestra seduto a Montecitorio, è andare a toccare tutte le “indennità accessorie” e i vitalizi. “Sono tante le voci che vanno riviste – spiega – ma nell’elenco non includerei gli stipendi che mi sembrano arrivati a un livello sostenibile”. Cazzola si smarca da alcuni suoi colleghi di partito, in particolare da chi ha già sfoderato le armi promettendo battaglia. “Si sentono vittime di chissà quale ritorsione. È avvilente vedere come si siano messi a fare i conti in tasca agli altri”. Da ex-direttore del Resto del Carlino, il deputato Pdl Giancarlo Mazzuca sposta l’attenzione sul comportamento dei media. “Molti giornali stanno portando avanti una campagna populista che strizza l’occhio all’antipolitica – commenta –. Va bene, ridimensioneremo i nostri stipendi. Ma è sbagliato continuare e demonizzare il Parlamento”.

Anche deputati Pd contro i tagli – Da Bologna a Reggio Emilia, anche a sinistra qualcuno è contrariato. Il deputato del Pd Maino Marchi, intervistato dalla Gazzetta di Reggio, tira fuori cifre e dati a sua discolpa. “Abbiamo già fatti quattro tagli soltanto quest’anno. Il primo, di 500 euro, sulla diaria. Il secondo, di altri 500 euro, sulle spese per il rapporto col territorio. Il terzo, di 300 euro, è stato il taglio del 10% sul compenso lordo. Sarà l’Istat a dirci se e come dovremo ridurre ancora. Non il Governo”. E poi lancia la stoccata all’Italia dei valori, secondo cui si potrebbe agire subito senza aspettare i risultati delle comparazioni con i colleghi europei. “Sono populisti e cavalcano tutto”. Sulla stessa lunghezza d’onda il leghista Angelo Alessandri, presidente della commissione ambiente e lavori pubblici della Camera, che sempre interpellato dalla Gazzetta di Reggio definisce la questione “demagogica”. Per l’esponente del Carroccio, infatti, la priorità è ridurre il numero di deputati e senatori e non le loro paghe.,

Il centrosinistra bolognese – Fuori dal coro alcuni parlamentari bolognesi del Pd, tra cui Sandra Zampa, l’ex sindaco di Bologna Walter Vitali e Donata Lenzi, che sembrano non avere obiezioni alla riduzione dei compensi. Anzi, si dicono pronti ad accelerare i tempi. “Le ragioni di equità e di solidarietà sociale richiedono un ulteriore intervento sul nostro trattamento economico, oltre a quelli che sono già stati fatti, e ci impegneremo perché le due camere diano pronta esecuzione alle deliberazioni, senza indulgere in tecnicismi”.

di Massimo Paradiso e Giulia Zaccariello