Non sono mai stata “choosy”. Durante l’università ho fatto tutti i lavori possibili, dallo staccar chewingum dal pavimento del bar dell’Ospedale Maggiore di Bologna, al volantinaggio, alla realizzazione di “pompe” (lavorando per una piccola fabbrica di sole donne che costruiva pompe per biciclette nella bassa bresciana). Gli ultimi 15 anni sono stati quelli in cui ci hanno raccontato che, se non eri almeno laureato/a te lo potevi scordare il lavoro. Ed ecco genitori fare sacrifici, mandare i figli all’università, alla ricerca di un lavoro “ideale“ e garantito.

Poi è arrivato Monti che, come se stesse parlando di cosa ordinare per pranzo, ci ha confidato che il posto fisso è monotono, che è meglio divertirsi e cambiare. Peccato che questa festa non coincida con la realtà delle cose, che è non quella di scegliere di fare molti lavori e diversi ma, “accontentarsi di fare lavori saltuari e sottopagati”.

Ora rispunta la Fornero che, con l’utilizzo del vocabolo choosy, al pari del precedente Ministro “operaio”, si immedesima in uno dei tanti ruoli che questa classe politica (anche lei ne è parte), ogni tanto impersonifica: in questo caso, attraverso il linguaggio, una qualunque commediante di Jersey Shore.

Dapprima piange poi, gag dopo gag, viene a raccontarci che siamo schizzinosi, che dovremmo accettare il posto di lavoro che ci viene offerto e poi da lì farci strada. Quale lavoro mi chiedo? Francamente non conosco molti coetanei al quale viene offerto così un lavoro, conosco invece diversi ragazzi che di mestiere cercano lavoro. Passano le giornate a mandare curriculum ad aziende o agenzie interinali che, nonostante il master in Economia e Commercio o Scienze Politiche, li spediscono in stand fieristici a spennellare gelati per due giorni a 60 euro (la pausa pranzo la recuperi e il pranzo te lo paghi da solo, in Fiera a Bologna, dove un panino ti costa un’ora di lavoro).

Ad aprile di quest’anno ho prodotto un documentario che mostrava il mondo del lavoro dal punto di vista femminile. Raccontava di donne che svolgono lavori considerati maschili. Avrei potuto incontrare donne “choosy”, che facevano un lavoro durissimo ma in realtà avrebbero voluto farne altro, e che si lagnavano, ma non è stato per nulla così.

Ho incontrato invece ragazze giovani e anche over cinquanta (ebbene sì ancora nel pieno dell’attività lavorativa) che facevano lavori pesanti come la muratrice, l’elettricista, la spazzina, l’archeologa etc., e tutte, dico tutte, il lavoro se lo erano sudato e con i denti se lo volevano tenere. Soddisfatte di lavorare e per niente choosy insomma.

Certo forse se avessero avuto la mamma ministra e accademica, se avessero studiato nelle migliori università e come per magia avessero la cattedra di professore associato in genetica medica presso l’Università di Torino (dove insegnava la madre) e Responsabile della ricerca alla HuGeF (Istituto di ricerca scientifica fondato dalla Compagnia di San Paolo di cui era vicepresidente la madre) forse sarebbero un pò più choosy!

Ma questa è sicuramente un’altra storia. D’altra parte se i nostri genitori devono andare in pensione a 70 anni, se le imprese sono in crisi o chiudono, se i posti di lavoro scarseggiano, c’è poco da fare i choosy no? Il problema è che tanti, il problema non se lo possono nemmeno porre. Semplicemente non esiste la possibilità di essere choosy. Chissà se l’abolizione dell’Articolo 18, così tanto voluto dall’esecutivo, cambierà le cose. Io penso di no, ma sarei felice di potermi sbagliare.

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