Lui, di primarie se n’intende: ne ha fatte un sacco, governatore, presidente, persino -quasi un inedito- ‘primo marito’, quando a correre per la nomination era Hillary; e, quando le ha vinte, ha pure vinto, dopo, le elezioni. Ma le primarie di casa sua, gli Stati Uniti, che hanno riti e regole ben precise. Comprensibile che non ci tenesse a trovarsi immischiato nelle primarie di casa nostra, Pd, Italia, che manco si capisce a che servano: scegliere un capolista?, o un candidato premier?; confermare una classe dirigente?, o rottamarla?

Fatto sta che Bill (Clinton), a Firenze, Matteo (Renzi) non l’ha incontrato. E, forse, non è neppure mai stato davvero conscio di doverlo incontrarlo. Indiscrezioni di stampa?, suggerite dalla coincidenza della presenza di entrambi in città –oddio, lì Renzi dovrebbe starci abbastanza spesso-; oppure piani realmente stilati, ma poi saltati proprio perché divenuti di pubblico dominio? Magari, Matteo pensava a una stretta di mano, all’occasione per una foto; e, invece, Bill, che sa quale sia il peso di un ‘endorsement’ a casa sua, la viveva come un impegno eccessivo per quel giovanotto che manco conosce (e di cui quelli che conosce nel Pd potrebbero non avergli parlato molto bene).

A frittata fatta, Matteo l’ha girata: lui voleva un incontro per avere dei consigli, mica un ‘endorsement’, ed era tutto concordato; ma poi la stampa ne ha fatto tutto un ambaradan e non se n’è fatto più nulla. E, magari, è andata proprio così.

Certo, Renzi era andato, a inizio settembre, alla convention dei democratici a Charlotte, North Carolina: c’era arrivato proprio il giorno del discorso di Clinton e, come massimo scalpo, ne aveva portato una stretta di mano al sindaco di san Antonio, Texas, Julian Castro, il primo ‘latino’ ad avere pronunciato il cosiddetto ‘keynote speech’ a una convention democratica, cioè l’intervento più importante dopo quello dei candidati presidente e vice e, a Charlotte, dopo quelli di Bill e di Michelle. Poi, incontrando i giornalisti italiani, Renzi aveva sfogliato l’album delle sue figurine da americanista (verrebbe da dire ‘alla Veltroni’, ma non si può proprio) e aveva affermato con bella sicumera “Ora vado oltre alle ‘photo opportunity’ per creare una rete di relazioni”, perché “nel partito democratico sta crescendo un movimento di sindaci molto interessante”. Dopo di che, aveva lungamente parlato di quel che sa e di chi conosce, Bersani e D’Alema.

Non che a Firenze, Bill Clinton fosse proprio super-impegnato. C’era arrivato da Cesena, dove era stato all’inaugurazione del Technogym Village –presenti pure Napolitano e Prodi-: arrivo in hotel sabato alle 19, partenza domenica alle 7 del mattino, in mezzo cena in una trattoria storica, passeggiata notturna nelle vie del centro storico, ‘photo opportunity’ –questa sì- con alcuni venditori ambulanti extra-comunitari in via calzaiuoli, un po’ di amarcord del 1999, quando lui era presidente ed a Firenze si riunì l’ ‘ulivo mondiale’, con Prodi e D’Alema e Blair che non era ancora l’amichetto di Bush e l’invasore dell’Iraq e Jospin che non aveva ancora fatto harakiri e Schroeder che non s’era ancora venduto a Putin. Di quella combriccola, Clinton, in fondo, è, fra gli ospiti stranieri, quello che si conserva meglio: “Mi sono sentito di nuovo giovane”, ha detto ai cronisti. Forse, lo è più di Matteo.

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