Mentre sfoglia il suo album di nozze, Veronica ha un sorriso orgoglioso. I suoi grandi occhi azzurri rivivono quei momenti speciali, quegli abiti eleganti, il doppio filo di perle, i fiori, persino le bomboniere e la paura che la testimone se le fosse scordate a casa. “Guarda quanti eravamo, abbiamo riempito l’aula consiliare” racconta indicando, col dito, tutti i presenti. “Questo è Giuseppe, il nostro vicino”. Poi Veronica alza lo sguardo verso la roulotte accanto. Non siamo in campeggio, siamo a Roma, in una zona neanche troppo periferica.

Oltre la strada di case popolari c’è un palazzone enorme, nuovissimo, uffici appena costruiti ma non ancora utilizzati. Un’immagine che stona con le due roulotte, con il tavolino in mezzo alla strada, con quel motore “che al massimo ti dà energia per 8 ore di fila, poi devi rimetterci la benzina”. E la stessa scena si ripete dall’altra parte del palazzone: almeno due roulotte e tre camper di disperati che hanno perso tutto. Un consigliere municipale del Pdl ha tentato di cacciarli, appellandosi addirittura al codice della strada.

È qui che Veronica vive con Paolo, suo marito. Quasi 38 anni lei, quasi 40 lui. Stanno insieme dal 2005 e ad aprile scorso si sono sposati. Il matrimonio gliel’ha regalato la Comunità di Sant’Egidio. E non solo quello. Il dramma è cominciato nel 2009. “Paolo faceva il meccanico – racconta la donna –, io facevo lavoretti saltuari, le pulizie a casa di qualcuno. Sono asmatica, devo stare attenta. Vivevamo con mia madre invalida in un appartamento a Marina di Ardea (sul litorale romano, ndr). Tra lo stipendio di Paolo, mille euro, e la pensione di mamma, 670, riuscivamo a pagare l’affitto e a vivere dignitosamente”. Poi, però, Paolo ha perso il lavoro e campare in tre con 670 euro è diventato difficile. “Non siamo più riusciti a pagare la casa e il 6 dicembre 2009 è arrivato l’ufficiale giudiziario”.

Lo sfratto è stato prorogato di un anno, anche perché la mamma di Veronica, tre by-pass, non avrebbe potuto vivere per strada. “Invece a dicembre 2010 è arrivata l’ambulanza, volevano portarla via loro. Mi sono opposta, l’ho accompagnata in ospedale, ma a quel punto siamo stati costretti a lasciare la casa”. Tre mesi dopo, tra residenze comunali e corsie, l’anziana è morta. E allora addio anche alla pensione. Per Paolo e Veronica è cominciato l’inferno: “Finchè c’era mamma, riuscivamo a pagare una stanza 300 euro al mese. Poi sono mancati anche quelli. Del lavoro non si vedeva neanche l’ombra. Per qualche tempo abbiamo dormito in macchina, chiedendo al vecchio padrone di casa di poterla lasciare nel suo box. Poi è arrivata la strada. Una notte, alle tre, i carabinieri hanno bussato al finestrino, ci hanno chiesto i documenti. La macchina era nostra, ma l’assicurazione era scaduta da un pezzo. E noi avevamo anche due cani”. Era la promessa che Veronica aveva fatto a sua madre prima che morisse: prendersi cura di Max e Yuma.

Mentre parliamo, Paolo è seduto all’ingresso della roulotte. Dentro, il termometro segna 38 gradi. Il telone messo a copertura fa effetto sauna. Alle pareti sono attaccate alcune foto: quelle del matrimonio, ovviamente, ma anche la mamma e i cani. Yuma è stesa mezza morta di caldo, Max non c’è più. “In questo anno, durante il quale abbiamo dormito nei container, per strada o nei sotterranei degli ospedali – prosegue Veronica – Yuma l’ha tenuta un’educatrice, Roberta, che assieme a suo marito Claudio ancora adesso ci aiuta tanto. Ci portano loro i croccantini”. È nei container anti-freddo del XII municipio romano che Sant’Egidio è diventata la famiglia di Paolo e Veronica. È lì che hanno conosciuto altre persone come loro, che hanno fatto amicizia, che si sono stretti legami che vanno molto al di là del sangue. “Noi abbiamo pochi parenti e quei pochi fanno finta di niente”. La Comunità di Sant’Egidio ad aprile li ha fatti sposare e, assieme alla Caritas, ha fatto loro un regalo inaspettato: una casa con le ruote. “Un tetto sotto il quale dormire”. Mangiare, però, è sempre un problema: “Andiamo alle mense, oppure ci mettiamo fuori dalle pizzerie della zona”. La doccia se la fanno una volta alla settimana, sempre a Sant’Egidio, anche se qualche volta si intrufolano nei bagni degli ospedali: “E mica possiamo puzzare”. Nel frattempo Paolo continua a cercare lavoro, come meccanico o come imbianchino: “So fare un po’ tutto”. Veronica no, non può: lo scorso anno, per aiutare una signora nelle pulizie all’aperto, si è beccata una broncopolmonite e, con la sua asma, ora è in attesa dell’invalidità.

Quando ci salutiamo, Veronica mi abbraccia: “Grazie di essere venuta. Ora che sai dove siamo passa a trovarci qualche volta. Siamo felici, sentiamo le persone vicine che ci vogliono bene”. 

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