Urne sì, ma non per molti. Il dato nazionale dell’affluenza conferma il distacco dell’italiano medio rispetto alla politica: a votare è andato il 51 per cento degli aventi diritto contro il 65 del primo turno. Come dire che uno su due, tra gli elettori, ha rinunciato a dire la sua.

E il calo si evidenzia soprattutto risalendo ai dati delle innumerevoli puntate precedenti. In Italia le amministrative si sono tenute praticamente ogni anno nell’ultimo ventennio, ma già limitandosi al confronto con il fenomeno De Magistris/Pisapia del 2011, la differenza brilla: giusto un anno fa si mosse il 60 per cento dei cittadini (erano il 72 al primo round), stavolta invece per il genovese Marco Doria l’investitura è stata minimale (39 per cento), mentre da nord a sud, da Como a Taranto (entrambe attorno al 43 per cento), il fascino dell’urna è scemato vistosamente.

Copione confermato anche per terre da sempre appassionate di politica verace, come la Toscana. Domenica perfino il vescovo di Lucca, Italo Castellano, s’era speso per la causa: “Il primo modo per partecipare alla vita della società è il voto, anche per noi credenti” aveva detto assai esplicito. Eppure in città si è arrivati a registrare un inedito 44,95 per cento di partecipazione al voto, un vero tracollo rispetto al dato 2007 (meno 17 per cento): non un bel modo per festeggiare la storica vittoria del centrosinistra per Lucca, governata dal centrodestra fin dal Dopoguerra . A L’Aquila invece è andata meglio, 58 per cento di votanti, dovuti forse a un certo timore di qualche strano scherzo proprio in dirittura d’arrivo. In realtà Massimo Cialente è uscito rinfrancato dalla sfida con il centrista Giorgio De Matteis vincendo pulito (59 per cento contro il 41), e ora la grande sfida sarà gestire la tanto attesa fase ricostruttiva dopo tre anni spesi tra polemiche e ritardi. “I cittadini hanno compreso le due diverse visioni tra me e il mio sfidante. Dobbiamo avere i primi cantieri per l’inizio del 2013” sono state le sue prime parole da sindaco bis.

Programmi e promesse a parte, secondo Angelino Alfano è facile leggere questi e altri risultati: “I nostri elettori tradizionali, i moderati, hanno scelto l’astensionismo. Ma restano ampiamente la maggioranza del Paese”.

In effetti non è semplice rintracciare tra i verdetti del secondo turno i successi colti dai moderati, e merita un apposito cameo Federico Borgna, divenuto sindaco in quel di Cuneo battendo il candidato ufficiale del Pd. L’idea giusta è stata mettere insieme un pool di liste civiche (Pd dissidenti, dicunt nella Granda) e soprattutto l’Udc. Idem a Belluno, dove però hanno fatto bingo senza partiti. Jacopo Massaro ha eliminato il tandem Pd-Idv sospinto da tre civiche: 38 anni, 6 assessori già indicati con nome e cognome (3 donne e 3 uomini), rinnovamento totale. “Non possiamo più aspettare” era il suo slogan, e la gente l’ha votato.

Anomalo invece il raggruppamento che ha sbaragliato la piazza di Avezzano, città natale di Gianni Letta: Giovanni Di Pangrazio è arrivato al 56 per cento mettendo insieme Pd, Idv, Udc, Api, Fli, Adc, Partito Socialista-Grande Sud e 4 civiche. L’antagonista Italo Cipollone, con Pdl, Udeur e 5 civiche ha dovuto soccombere.

da Il Fatto Quotidiano del 22 maggio 2012

Community - Condividi gli articoli ed ottieni crediti
Articolo Precedente

Il Movimento 5 Stelle artefice del suo destino

next
Articolo Successivo

Alfano fa lo struzzo nelle sabbie mobili

next