Il segreto è un potere: “In Vaticano insegnano: chi sa non dice, chi dice non sa. E io non dico mai troppo”. Il 33 enne Marco Simeon è un equilibrista fra fede e denaro, banche e chiese, chiaro e scuro: ossequioso direttore di Rai Vaticano e responsabile relazioni istituzionali e internazionali di viale Mazzini, discepolo di maestri diversi e controversi fra il cardinale Tarcisio Bertone e il faccendiere Luigi Bisignani, fra il cardinale Mauro Piacenza e il banchiere Cesare Geronzi. Non appare mai. Non parla mai. Non commenta mai: “Questa è la mia prima intervista”. Dove c’è scandalo, c’è il nome di Simeon.

Inchiesta appalti e cricche che frantuma la Protezione Civile di Guido Bertolaso: viene beccato al telefono con Fabio De Santis, l’ex provveditore alle Opere pubbliche in Toscana. Veleni e tensioni in Vaticano, monsignor Carlo Maria Viganò denuncia al cardinale Bertone malaffare e corruzione e accusa Simeon di calunnia. Ultimi documenti che circolano dietro le mura leonine: è lui il referente per la P 4 di Bisignani dentro la Santa Sede.

Chi è Simeon?

Un ragazzo di Sanremo, figlio di un benzinaio.

Questa è una favola. Nessuno ci crede. Lei è un protetto del cardinale Bertone, il segretario di Stato.

Il cardinale è un maestro. Mi ha sempre consigliato le strade migliori. Ognuno gioca la sua carta: Bertone per me non è una carta, ma una relazione importante. L’ho conosciuto nel 2003, appena nominato arcivescovo di Genova. Anzi, prima incontrai il precedente Segretario di Stato, il cardinale Angelo Sodano, tramite il vescovo di Ventimiglia, Giacomo Barabino.

Che faceva a Sanremo?

Collaboravo con la Chiesa, fu una mia scelta universitaria per la tesi che scrissi sul ruolo del Segretario di Stato.

All’improvviso arriva a Roma, neanche laureato, ambasciatore in Vaticano prima per Capitalia e poi per Mediobanca.

Il mio esordio in Santa Sede è merito dell’ex ministro Giuliano Urbani, che mi offrì di gestire i rapporti istituzionali, prima che io diventassi consulente per Banca Intesa.

Come ha conosciuto Urbani?

Grazie a un comune amico, l’ingegnere Giuseppe Corigliano, allora portavoce dell’Opus Dei.

Lei è soprannumerario dell’Opus Dei?

No, non ho mai aderito. Ho frequentato l’Opera durante l’università a Milano e conosco tante persone dell’Opus Dei. Ho sempre vissuto un rapporto istituzionale con la Chiesa, il mio unico capo è il Santo Padre.

A 26 anni già gestiva gli affari di Capitalia in Vaticano. Com’è possibile?

Mi presentarono a Cesare Geronzi, il banchiere istituzionale per eccellenza.

Chi la presentò?

Un amico in comune.

Benedetti amici in comune.

Io ho la passione per le pubbliche relazioni.

Come Luigi Bisignani.

Questa qualità mi accomuna a lui.

E dunque chi le presentò il faccendiere?

Non era difficile incontrare Gigi a Roma.

Neppure semplice.

Tante persone parlavano con lui. Provo sentimenti di profonda stima e affetto per Gigi, non ha mai avuto interessi economici con me. E non l’ho dimenticato neanche nei momenti più difficili.

Cos’è la P 4?

Non l’ho capito.

Bisignani ha patteggiato una condanna di 1 anno e 7 mesi.

É una persona valida e perbene. Per interloquire con il Vaticano non aveva bisogno di me.

Che fa Bisignani?

Il lobbista. É un occhio informato su tutto ciò che avviene in Italia e io lo ascoltavo per capire il nostro Paese.

Lei è un massone?

No. Posso solo dire che la massoneria è una componente fondamentale del potere in Italia.

Ecco emergere un Bisignani in sedicesimo.

Divertente: il nuovo B 16. Di Gigi ce n’è uno solo, basta e avanza.

Lei disse al suo amico Bisignani: “Quello di Lirio Abbate sull’Espresso è un articolo di merda e nessuno lo ha accorciato”.

Era uno sfogo. Fui avvisato che sarebbero uscite due pagine su di me a firma di Lirio Abbate.

Da chi fu avvisato?

Non da qualcuno del settimanale. Mi lamentavo perché l’articolo non era stato corretto.

Sarà la sua abitudine a diffondere notizie sul Vaticano, a direzionare l’informazione, come scrive mons. Viganò.

Completamente falso. Non sono io il vaticanista occulto del Giornale.

Viganò dice il contrario.

Perché prese sul serio un pettegolezzo del vaticanista Andrea Tornielli, che poi mi ha chiamato per scusarsi. Non ho rancore per lui. Viganò ha ricevuto notizie sbagliate. Agiva in buona fede, però.

Lei conosce sia Bertone sia Bagnasco. Cos’è la guerra in Vaticano?

Non vedo guerre. E smentisco qualsiasi rottura fra il Papa e Bertone oppure fra Bertone e Angelo Bagnasco (presidente della Conferenza episcopale italiana)

Chi sono i corvi?

Bertone ha dichiarato che si nascondono nella boscaglia. Il potere non si esprime con lettere anonime. I corvi sono quelli che, seppure all’interno, sentono una forte avversione per la Chiesa.

Vogliono spodestare Benedetto XVI?

Fra i dodici apostoli c’è anche Giuda.

Chi sarà il successore di Papa Ratzinger?

Lunga vita al Papa. Non confondiamo la preoccupazione per la salute del Papa con la voglia di una successione.

Una voglia che coinvolge anche Bertone?

É un argomento lontano.

Perché ha suggerito a Bertone la nomina di Lorenza Lei a direttore generale della Rai?

Ho semplicemente sostenuto Lorenza negli ambienti che conosco e che frequento perché la considero una dirigente straordinaria. Anche l’ex direttore generale Agostino Saccà è stato di aiuto, essendo un dirigente bravissimo e un uomo di Chiesa.

Ma su Lorenza Lei ha cambiato idea.

Non è vero. Ci sentiamo quasi tutti i giorni. Non solo perché è cattolica. E non come dite voi perché siamo insieme nell’Opus Dei.

Lorenza Lei appartiene all’Opus Dei?

Non saprei.

Chi ha raccomandato Marco Simeon a Mauro Masi per diventare direttore istituzionale di viale Mazzini?

Non certo Bisignani.

E chi?

A quel tempo lavoravo per Geronzi.

Aveva appena chiuso un affare stratosferico per una par-cella di 1, 3 milioni di euro: la vendita di un complesso in viale Romania, di proprietà del Vaticano, al gruppo Lamaro di Toti.

Ho svolto il mio compito di consulente del gruppo, ricevendo una parcella leggermente inferiore.

Malelingue insinuano che lei sia il figlio di Bertone.

Assomiglio troppo a mio padre.

Presto tornerà a lavorare per una grande banca italiana?

Non lo escludo.

Il Fatto quotidiano, 26 febbraio 2012