Una quindicina di anni fa, parlando con un mio collega americano che si apprestava a trasferire la produzione dagli USA in Malaysia, con annessa tecnologia produttiva, spiegandomi che la sua Corporate avrebbe avuto un enorme guadagno di competitività e profitti molto più elevati, posi la domanda, che non ebbe risposta, circa cosa lui pensava che avrebbero fatto i suoi concittadini quando si fossero trovati disoccupati a decine di milioni; se secondo lui avrebbero compreso che la competitività della Corporate, i suoi profitti aumentati e la nuova occupazione in Malaysia erano cosa buona e giusta e valevano bene un po’ di fame negli USA.

A distanza di 15 anni, con la de-industrializzazione avanzante nell’Occidente le mie perplessità di allora sono rimaste e anzi si sono accentuate. Abbiamo trasferito tecnologia, che avrebbe dovuto essere la nostra arma competitiva nei confronti di paesi che partivano da una condizione pre-industriale e che come fattore competitivo avevano (e hanno ancora) masse di manodopera indigenti e disposte a virtualmente  ad accettare qualsiasi condizione di lavoro e a retribuzioni vicine al minimo vitale.
La nostra tecnologia, che abbiamo regalato così facilmente, era il frutto di un secolo e mezzo di sviluppo, così come lo erano le nostre condizioni di lavoro e le regole della comunità, ancorché per avere una società equilibrata ci fosse ancora un cammino molto lungo da compiere; l’averla esportata con tale facilità ha comportato l’istantanea creazione di un competitor temibilissimo.

A questo punto occorre fare una distinzione tra la valutazione etica e quella economica; dal punto di vista etico è ovvio che un riequilibrio tra le condizioni di vita delle aree del mondo è auspicato, dal punto di vista economico viceversa, gli interessi divergono e il riequilibrio comporta rinunce enormi da parte dell’occidente. Limitandosi alla visione economica e nazionalisticamente soggettiva, l’Occidente sta consapevolmente cedendo il proprio tenore di vita ai paesi emergenti, con la mediazione dei grandi gruppi industriali e finanziari.

L’ipotesi che l’apertura di enormi mercati nei paesi emergenti, derivante dal passaggio di grosse masse di persone da “poveri” a “consumatori” potesse compensare la perdita di volumi produttivi significativi e delocalizzati si sta rivelando per ora infondata; l’occidente è invaso da beni prodotti talvolta unicamente nei paesi emergenti i quali in cambio importano materie prime (non dall’Occidente) e qualche prodotto di lusso e quindi, in quanto nicchia, non legato a volumi di lavoro significativi. Per il resto, consumano quanto producono in eccesso a quanto esportano, stando bene attenti a non premere troppo sui consumi interni.

Grazie inoltre al lassismo delle nostre regole, risultano “made” in Italy, USA o altri paesi occidentali dei prodotti che portano in se la quasi totalità di attività fatte in paesi emergenti e nei nostri paesi solo il minimo necessario a qualificarle “occidentali”; inoltre, per reintrodurre parzialmente il tema etico, le modalità di produzione così competitive sono basate su regole che nei paesi occidentali sono (per ora) respinti perché ci porterebbero indietro di due secoli. Nel frattempo le grandi Corporates hanno beneficiato della possibilità di produrre a “costi cinesi” commercializzando a “prezzi occidentali”, accumulando profitti per scopi ben diversi dagli “utili” così come li concepiva Adam Smith che per primo ne parlò. La ricchezza generata dalle vendite sui mercati occidentali non è andata, salvo rarissime eccezioni, ad alimentare i sistemi produttivi e il benessere nelle aree in cui i consumi avvengono, ma ad accumularsi in poche mani a fronte di un sostanziale impoverimento del patrimonio industriale nelle sue componenti fondamentali, tecnologie e processi produttivi. I consumatori occidentali hanno avuto un piccolo beneficio in termini di disponibilità di beni in modo più accessibile, ma a quale prezzo sociale che andremo a pagare?

In sostanza l’occidente sta importando disoccupazione a piene mani dopo avere esportato a titolo gratuito il maggiore asset produttivo che avesse saputo sviluppare in duecento anni e cioè la tecnologia.

Mi sembra che le conseguenze tangibili di questo scambio scellerato siano in effetti anche dei riequilibri; si riequilibrano le condizioni economiche dei ceti più abbienti che vanno ad equivalersi mentre le classi più elevate delle nazioni emergenti raggiungono guadagni equivalenti a quelle dei paesi occidentali, e si riequilibrano anche le condizioni dei rispettivi ceti meno abbienti ma stavolta anche perché le condizioni di quelli occidentali si abbassano rapidamente a quelle dei paesi emergenti; in mezzo un ceto medio che va a scomparire.

È lungi da me l’evocare guerre, carestie e pestilenze, che per millenni hanno regolato l’equilibrio tra i fruitori e le risorse disponibili, tuttavia anche una pianificazione dissennata che, tra l’altro basandosi sul presupposto ossimoro di crescita infinita in un mondo finito, ha seguito le logiche di profitto di finanziarie e grandi gruppi sbilanciando in meno di trent’anni i rapporti produzione/consumi non mi pare possa portare a catastrofi di portata inferiore, a cominciare dallo smantellamento del welfare occidentale.

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