Oltre al caso del sottosegretario Roberto Cecchi, tra le pieghe della cronaca salta fuori la vicenda di un secondo Cristo attribuito al Michelangelo – un falso ottocentesco, secondo i massimi esperti del settore – che gira da anni in uno strano groviglio fatto di massoneria e pezzi da novanta del Vaticano. Un ricercato dalla Dda di Reggio Calabria, ex piduista ed esperto di sistemi di sicurezza, che siede al massimo seggio del Rotary club presso le Nazioni unite di New York. E una serie di strani, inspiegabili, opachi passaggi di denaro che passano per le logge riservate di San Marino. Sembra una spy story, ma è un pezzo di quel sottobosco criminale che sempre più spesso entra nelle inchieste sulla ‘ndrangheta, dove i confini tra la crudeltà militare e la borghesia solo apparentemente presentabile sono labili e pericolosi. Arricchito, in questo caso, da un falso, che in tanti hanno cercato di accreditare, ad iniziare dalle alte sfere della Santa sede. E dal Tg1 dell’epoca minzoliniana.

Il personaggio chiave della storia del secondo falso Michelangelo – arrivato sulle scene pubbliche dopo quello acquistato dall’ex ministro Bondi – è Giorgio Hugo Balestrieri, toscano di nascita, massone dichiarato. Nel 1981, poco prima dell’esplosione dello scandalo della P2 di Licio Gelli, emigrò molto velocemente negli Stati Uniti, divenuta la sua seconda patria. Il suo nome – che all’epoca si incrociava con personaggi di peso, come Elio Ciolini – è tornato nelle cronache giudiziarie alla fine del 2008, quando il Pm della Dda di Reggio Calabria Roberto Di Palma chiede l’arresto di 28 persone accusate, a vario titolo, di essere vicine alla cosca dei Molè, famiglia di ‘ndrangheta della Piana di Gioia Tauro.

Balestrieri è stato l’unico indagato a sfuggire alla cattura e, ancora oggi, risulta ufficialmente ricercato in Italia. Il lato incredibile della vicenda è che l’ex piduista ed ufficiale della Marina Militare occupa senza grandi problemi il posto di presidente del Rotary Club di New York. Un membro particolarmente attivo, che lo scorso dicembre ha promosso un gemellaggio tra il club newyorchese con quello di Firenze, con tanto di foto ricordo insieme alla massima carica del circolo sull’Arno. Balestrieri nei mesi scorsi ha raccontato in diverse interviste che la vera statua di Michelangelo l’ha in mano lui.

La storia di questo Cristo ligneo, che si incrocia con un’inchiesta sulla ‘ndrangheta della Piana di Gioia Tauro e con la massoneria, è perlomeno curiosa. Appare per la prima volta pubblicamente nella brochure di una presentazione presieduta da monsignor Rino Fisichella – uomo di peso all’interno della Santa Sede – presso l’Università Lateranense il 31 marzo del 2009. A mostrare il Cristo ligneo c’era un artista di provincia, tale Angelo Boccardelli, ex segretario di un gran maestro della massoneria di San Marino deceduto nel 2006, il conte Giacomo Maria Ugolini. A fianco di Boccardelli – che verrà arrestato per ‘ndrangheta pochi mesi dopo – c’era un gesuita, Heinrich Pfeiffer, docente della Gregoriana, amico di vecchia data di Ugolini e Boccardelli, come lui stesso ha sempre ammesso. Per Fisichella, Boccardelli – socio e coindagato di Balestrieri – e per il professore della Gregoriana non ci sono dubbi: quella statua è il vero Cristo di Michelangelo.

Quando, alla fine del 2009, scatta l’operazione “Maestro” della Dda di Reggio Calabria scende un velo di silenzio sulla statua. Sparita nel nulla, si dice. Boccardelli dal carcere assicura che lui non ha più accesso all’opera che attribuisce a Michelangelo, mentre Giorgio Hugo Balestrieri dagli Stati Uniti fa sapere che lui sa dov’è, ma che tornerà solo se avrà precise garanzie dallo stato italiano. Secondo la sua versione dei fatti i contatti con la ‘ndrangheta erano finalizzati ad una fantomatica operazione coperta dei servizi di sicurezza, per avere informazioni sul traffico d’armi. Peccato che non abbia mai spiegato ai magistrati per quale agenzia lavorava.

Intanto i massimi esperti di Michelangelo – laici e lontani dal Vaticano – spiegano che quell’opera lignea di certo non è di certo attribuibile all’artista fiorentino. Il professor Luciano Bellosi, recentemente scomparso e considerato una delle massime autorità nel campo della storia dell’arte, scriveva nel 2010: “Non so a chi possa essere venuta in mente una simile attribuzione. Il Cristo mostra un atteggiamento così patetico e pietistico che non potrebbe essere più lontano dal grande artista fiorentino. Personalmente, credo si tratti di un’opera ottocentesca”. Della stessa opinione la professoressa Laura Speranza, direttrice del Settore Restauro dei Materiali Lapidei dell’Opificio di Firenze, eccellenza nel campo del restauro. Pareri chiari e concordi, che lasciano poco spazio al dubbio: è un falso. Eppure su quel Cristo si crea un vero e proprio alone di mistero. Il Tg 1 lo scorso anno riprende la storia – pubblicata per la prima volta da L’Unità nel giugno del 2010 – con un’intervista al gesuita Pfeiffer. E non ha dubbi la testata diretta all’epoca da Minzolini: quella statua è di Michelangelo. Dimenticando di dire che il suo custode, Giorgio Balestrieri, oggi per la giustizia italiana è un semplice ricercato per reati di mafia.

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