Una cartina con 27mila punti che resta incompleta, una censimento delle morti ancora parziale (e in drammatica attesa del “picco”), una legge avanzata rimasta a metà. E ancora: indagini, processi e bonifiche che procedono a rilento. Dalla Fibronit di Broni, dove il fattoquotidiano.it ha documentato il ritardo nel piano di bonifica, a quella di Bari, passando per l’Isolchimica di Avellino e per il Velodromo di Roma. La geografia dell’amianto in Italia, a trent’anni esatti dalla legge che ha messo al bando la sostanza tossica, è ancora piena di buchi. La sentenza Eternit di due giorni fa ha segnato un importante punto di svolta in materia. Ma mettendo insieme dati epidemiologici, censimenti in corso, richieste di prepensionamento per mesoteliona resta ancora molto da fare. Ad esempio, sul fronte dell’applicazione integrale della legge-pilastro del 27 marzo 1992, quella che doveva dare giustizia e tutelare tutti i soggetti esposti all’amianto, compresi i cittadini che si sono ammalati per motivi di prossimità ai siti contaminati e non per “esposizione di origine professionale”. Sono i bambini che attendevano i genitori fuori dalla fabbrica di Casale, sono gli alunni delle scuole laminate con la fibra tossica dagli anni Sessanta per 30 lunghi anni. Per tutti loro, al momento, non c’è alcuna tutela assicurativa e anche il canale giudiziario non si è mai aperto. E non sono pochi. Secondo il Dipartimento di Medicina del Lavoro dell’Inail pesano per un 30 per cento sul numero totale di contaminati.

Sul fronte epidemiologico si sa che il peggio deve ancora venire. L’amianto miete ancora 3mila vittime l’anno ma questo numero aumenterà in maniera esponenziale in futuro, con un picco di vittime tra il 2015 e il 2018, perché il “killer silenzioso” si manifesta dopo più di 40 anni dall’inizio dell’esposizione. Nel 2030, dicono le proiezioni in mano agli esperti, le vittime saranno 30mila. Così diventa fondamentale la corsa contro il tempo per capire la collocazione geografica dei decessi. E qui, da giorni, è emerso il ritardo collegato all’inerzia di molte regioni italiane che dovevano trasmettere al Registro nazionale dei mesoteliomi istituito presso la ex Ispesl (oggi Inail) i dati sulla presenza della polvere mortale in edifici pubblici e privati.

Le cifre riportate dai giornali in questi giorni fanno riferimento a 27mila siti censiti nel 2009 ma il dato aggiornato ad oggi, 15 febbraio 2012, si è già gonfiato di 700 nuovi siti. Su questo fronte molto è da addebitare alla politica a tutti i livelli. Lo Stato non sta facendo la sua parte fino infondo. Un esempio per tutti. La citata legge del ’92 istituiva una Conferenza nazionale sull’amianto che avrebbe dovuto fare il punto anno per anno dell’avanzamento dei lavori di censimento, bonifica, analisi dei dati epidemilogici. L’ultima risale al 1999. Nessuna edizione negli anni successivi.

In questi giorni si stanno depositano interrogazioni a raffica per capire perché ci sono zone d’ombra in un censimento che serve a scongiurare altri casi Eternit nel paese. L’ultima è quella presentata a settembre e aggiornata a dicembre da sei parlamentari per chiedere a che punto fosse la ricognizione, perché alcune regioni non avessero trasmesso dati, quante risorse fossero a disposizione per le ispezioni e via dicendo. E intanto, due mesi dopo, è arriva la storica sentenza di Torino. Altre arriveranno a breve, alcune indagini devono ancora partire. Insomma, è l’anno zero di una partita con cui l’Italia, primo Paese europeo a bandire l’amianto (l’avanzatissimo Canada lo impiega e commercializza ancora liberamente), dovrà fare a lungo i conti. E’ la magistratura la punta più avanza nella lotta sul campo. La giustizia, è appena successo a Torino, può illuminare ampi settori di una cartina che ha migliaia di punti accesi ma resta sullo sfondo delle urgenze nazionali. E sta facendo il suo corso faticoso con processi che sono del tutto assimilabili a quello Eternit.

Da una parte l’azienda, a volte pubblica, dall’altra i parenti delle vittime e i malati. A Cosenza è in corso il processo contro l’ex sindaco di Praia a mare, Lomonaco, che era responsabile all’interno della tessile Marlane. La prossima udienza sarà il 24 febbraio. E’ attesa per il 22 marzo a Padova la sentenza contro alcuni ex capi di Stato Maggiore della Marina Militare e qui si tornerà a parlare di responsabilità e connivenze della politica perché nel bel mezzo dell’istruttoria è arrivata una legge (la 132/2010) del governo Berlusconi, subito ribattezzata “salva-ammiragli”, che solleva gli ufficiali dall’imputazione penale lasciando solo quella civile. Nel frattempo il censimento nel settore militare/nautico ha permesso di individuare 50 punti certi di contagio.

Poca giustizia, però, sarà fatta per i 700 militari marittimi morti finora per cause d’amianto. Sta per partire il processo di Avellino contro l’Isolchimica di Elio Graziano. In vent’anni in quella fabbrica si sono ammalati 108 lavoratori. Anche a Roma si muove qualcosa. E’ partita a novembre l’istruttoria per l’ex Velodromo che chiama in causa direttamente il Comune, che diede l’autorizzazione alla società Eur Spa di abbattere la struttura imbottendola di 120 chili di tritolo. Il giorno dell’implosione si depositarono a terra, per centinaia di metri, 4.535 chili di materiali contenenti amianto e la polvere si liberò nell’aria. Ci vorranno vent’anni per capire in quanti polmoni sono finite. Non si contano gli stabilimenti sotto indagine. Quelli della Fibronit a Broni, in Lombardia, e a Bari, in Puglia. C’è l’ex stabilimento Michelin di Cuneo; la Caserma di Prati di Caprara a Bologna dove oltre ai militari esposti per anni esattamente un anno fa sono stati esposti anche i profughi del Nord Africa, lì accolti dalle autorità senza troppe remore. A Cosenza c’è l’ex opificio industriale di Mongrassano Scalo; e ancora l’Eternit, la Cementir e l’Italsider di Bagnoli, a Napoli, dove si devono ancora smaltire 100mila tonnellate di amianto.

Oltre ai 27.700 siti censiti tra edifici pubblici e privati contaminati da amianto, è in corso l’individuazione delle discariche abusive che sono un altro grande capitolo dello stesso libro nero sull’amianto in Italia. Anche per questa seconda analisi, però, i dati non sono completi perché la Sicilia, la Calabria, il Trentino Alto Adige e la Valle d’Aosta non hanno fornito nessuna risposta.

Ma intanto la bonifica potrebbe partire dai siti conosciuti, così da ridurre significativamente il rischio di dover conteggiare i morti per esposizione ormai non più di tipo occupazionale ma ambientale. Su questo è chiara la denuncia dell’Ispesl che rileva una scarsa collaborazione da parte del governo e degli enti locali e una “cronica mancanza dei fondi necessari” per poter avviare un efficace programma di bonifica delle aree contaminate, a partire proprio da quelle dove c’è stato uno smaltimento non controllato e che quindi possono determinare una contaminazione ambientale. Finora sono stati stanziati 50 milioni di euro, destinati però solo ai 9 siti inseriti nella lista d’interesse nazionale, per la bonifica dei quali si prevede ci vogliano almeno 10 anni.

Ma c’è un altro buco enorme nella mappa nazionale dell’amianto e nelle azioni necessarie a dissinescare le bombe chimiche a cielo aperto. Ad oggi non esiste alcuna pianificazione dei siti dove smaltire i materiali di risulta dopo la rimozione. La distanza tra il dettato normativo e la realtà è in un numero assunto come orizzonte temporale in tutta la normativa in materia di amianto e rimasto solo sulla carta. Il 2015 doveva essere l’anno di svolta, il termine temporale entro il quale l’amianto rinvenuto nell’ambiente doveva essere totalmente rimosso. Mancano ancora tre anni, ma da quell’obiettivo siamo lontani anni luce.

articolo aggiornato da redazioneweb alle 19 del 16 febbraio

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