Il braccio di ferro politico che sta paralizzando da settimane i vertici istituzionali del Pakistan è arrivato al culmine. Il primo ministro Yusuf Reza Gilani è comparso stamattina davanti ai giudici della Corte suprema per rispondere di diverse accuse. I giudici contestano al premier di non aver riaperto un’inchiesta per corruzione a carico del presidente Asif Ali Zardari, suo alleato politico nel Pakistan People Party (PPP) e vedovo di Benazir Bhutto. I fatti sono legati alla difficile transizione dal governo militare del generale Pervez Musharraf a quello civile.

Al momento di passare la mano, Musharraf decretò un’amnistia che bloccò una serie di casi di sospetta corruzione, tra cui appunto l’inchiesta contro Zardari e Bhutto, che per sfuggire all’arresto si erano rifugiati a Londra.

Nel 2009, la Corte suprema decise che quell’amnistia era illegale e dunque, secondo i giudici, il primo ministro Gilani avrebbe dovuto fare in modo che il caso contro Zardari fosse riaperto. Il presidente è sospettato di aver usato una banca svizzera per “ripulire” fondi neri, frutto di tangenti e corruzione.

Mentre centinaia di poliziotti in tenuta antisommossa circondavano il palazzo della Corte per prevenire disordini e attentati e gli elicotteri militari sorvegliavano dall’alto la zona, in aula il primo ministro pakistano si è dichiarato non colpevole. Secondo la sua linea di difesa, i suoi consiglieri avevano stabilito che sarebbe stato incostituzionale riaprire un caso già chiuso da un provvedimento di amnistia.

La principale linea di difesa di Gilani, però, è tutta politica. Secondo il primo ministro infatti il procedimento aperto dai giudici è frutto del clima avvelenato che da qualche mese si respira nel paese asiatico, stretto tra la minaccia dell’estremismo jihadista, l’eterna rivalità con l’India e le conseguenze della guerra occidentale in Afghanistan. Dal primo maggio 2011, giorno dell’uccisione di Osama bin Laden ad Abbottabad, i rapporti tra i vertici politici dello stato e i militari sono diventati molto tesi. I militari sostengono, non senza ragione, che il governo sia troppo debole nei confronti degli Stati Uniti, “colpevoli” di aver violato la sovranità pakistana con il raid di Abbottabad e di violarla in continuazione con i blitz dei droni che sulla frontiera tra Pakistan e Afghanistan spesso sconfinano in territorio pakistano uccidendo guerriglieri e fin troppo di frequente civili innocenti, quando non soldati pakistani.

La tensione è aumentata per il cosiddetto “Memogate”, lo scandalo che ha portato alle dimissioni dell’ambasciatore pakistano negli Usa, uomo vicino sia a Zardari che a Gilani: il memorandum della discordia è un documento, la cui esistenza è ancora da provare, che sarebbe stato consegnato per conto del governo pakistano alla Casa bianca. In esso si paventava un golpe militare, nelle settimane successive al raid di Abbottabad. Secondo alcune analisi, si è creata di fatto un’alleanza di interessi tra i magistrati della Corte suprema e i militari, in particolare quelli più vicini all’Isi, i potenti servizi di intelligence.

I magistrati vogliono liberarsi di una classe politica certamente corrotta e non all’altezza delle sfide che il Paese dei puri si trova ad affrontare, impelagato in una eterna oscillazione tra dissoluzione e decollo politico ed economico. I militari, dal canto loro, vogliono mantenere il controllo sul sistema politico che hanno sempre avuto dai tempi immediatamente successivi alla creazione del paese, nel 1947.. E tra le stellette circola anche una certa nostalgia per i tempi di Musharraf, il generale golpista poi diventato presidente, che ha tenuto il paese dal 1999 al 2008, ma accusato anche di essere il mandante occulto dell’attentato che il 27 dicembre 2007 costò la vita a Benazir Bhutto, appena rientrata dall’esilio londinese per candidarsi alla guida del paese. Musharraf, anch’egli a Londra, ha annunciato il suo prossimo rientro in patria per partecipare alle elezioni che, con ogni probabilità, saranno anticipate all’autunno di quest’anno anziché aspettare la fine naturale della legislatura, a marzo del 2013.

Lo scontro istituzionale, peraltro, sta esasperando l’opinione pubblica pakistana alle prese con una durissima situazione economica e problemi endemici di mancanza di infrastrutture, disoccupazione e povertà che alimentano anche il dissenso armato, non solo quello dei gruppi jihadisti o vicini ai Talebani, ma anche quello delle forze separatiste interne, a partire dalla regione del Belucistan, nel sud ovest del paese.

La prossima udienza di questo processo che rischia di far saltare del tutto gli equilibri in un paese strategico, sia per posizione sia perché ha armi atomiche nei suoi arsenali, è prevista per il 28 febbraio.

di Joseph Zarlingo

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