Il Jardin partagé de l'Aqueduc di Parigi

Una terra con 296 coltivatori, mani di mamme, papà, anziani e ragazzini, che insieme si prendono cura del giardino partecipato più grande di Parigi. Il “Jardin partagé de l’Aqueduc” è un esperimento di vita condivisa all’insegna della sostenibilità e della cultura al verde nel mezzo di una grande metropoli. Nato nel 2005, quell’esperimento ora può definirsi un successo che fa scuola a tante altre realtà e non solo francesi. “Fare giardinaggio è una scusa – ha affermato uno dei membri dell’associazione – diciamo che ci troviamo qui a curare le nostre piante, ma in realtà è un esercizio di cura della collettività. Impariamo a stare insieme, tornando alle nostre origini, quelle della terra”. Collettivamente, è così che funziona il “Jardin de l’Aqueduc” di Parigi, come i tanti giardini condivisi che continuano a nascere in città. Aree abbandonate della metropoli, che associazioni di cittadini decidono di prendersi in carico, organizzandone la coltivazione.

Condividere un giardino è nata come una pratica spontanea e naturale, ma dal 2001, il sindaco socialista Bertrand Delanoe ha voluto regolare questi spazi collettivi, con la carta “Charte main verte“, la quale riconosce ufficialmente tali realtà. Il “Jardin de l’Aqueduc”, con i suoi 1000 metri quadri è uno degli esempi più grandi. 109 le famiglie associate, le quali entrano a far parte del gruppo versando una quota di circa 15 euro annui. A ogni gruppo familiare sono affidati due metri quadri di giardino, che deve impegnarsi a coltivare. In più, vi sono aree comuni dove la scelta dei semi da piantare e la cura delle piante vengono gestite a livello collettivo. E tra pomodori, piselli, patate e fiori, si svolgono scene di vita quotidiana che permettono alle persone di incontrarsi e lavorare per uno spazio pubblico. “Lo trovo un posto meraviglioso – ha continuato uno degli abitanti del “Jardin de l’Aqueduc – perché consente il dialogo tra generazioni e classi sociali: quando si lavora la terra non esiste etichetta o distinzione, siamo solo vicini di casa che curano il loro giardino”. E il successo si vede dalla lista d’attesa: al “Jardin de l’Aqueduc” circa 50 famiglie aspettano di ricevere il loro fazzoletto di terra da coltivare e a volte qualcuno è costretto ad attendere per anni.

L’idea nasce nel XIX secolo con i jardins ouvriers ou familiaux, piccoli appezzamenti di terra destinati agli operai e alle loro famiglie perché potessero migliorare le loro condizioni di vita e garantirsi una sorta di autosussistenza alimentare. Negli anni successivi, sono poi New York e Montreal con i community gardens a elaborare l’idea della condivisione. Nel 2011 invece, giardino condiviso significa portare un po’ di ossigeno nel centro di una metropoli e di farlo a Parigi, dove i 2,2 milioni di abitanti rischiano di soffocare ogni spazio verde. Ed è così che il “Jardin de l’Aqueduc” è nato sui binari dismessi di una parte della RER, la metropolitana che porta in periferia e che sorge in uno dei quartieri a sud del centro. Una cinquantina in totale i giardini condivisi e presenti in varie parti della città. E se a mancare è lo spazio, i parigini puntano a ricoprire i tetti delle case. Il giardino condiviso di rue des Haies, ad esempio, si trova sopra il tetto di una palestra ed è costituito da 800 metri coltivati e gestiti dall’associazione “La Fayette Accueil“, che lavora con emarginati sociali. Il futuro per il verde della metropoli, sembra infatti essere sui tetti: il comune ha da poco dichiarato di voler passare entro il 2020 da 3,5 a 7 ettari di tetti coltivati.

Il successo parigino sta contagiando altre realtà e non solo in Francia. L’Italia ad esempio, da nord a sud sta cominciando a sviluppare idee di condivisione verde, cercando di creare una cultura comunitaria all’insegna della sostenibilità. A Roma, “Zappata Romana” è il progetto di Studio Uap (Urban Architecture Project) che dal 2010 ha censito oltre 90 tra orti e giardini condivisi della capitale, creando una vera e propria mappa virtuale. E anche Parma, Venezia, Torino cominciano ad organizzarsi in tal senso. Oltre confine invece, uno degli esempi più conosciuti è quello americano con il sito www.sharedearth.com, che unisce coltivatori in cerca di una terra e cittadini in cerca di giardinieri. Chi offre la terra chiede in cambio un po’ degli ortaggi coltivati ed il gioco è fatto. L’obiettivo anche in questo caso, avere città più verdi e riuscire a creare una comunità che sappia prendersene cura.

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