Andrea, famiglia benestante, padre medico, madre insegnante. Andrea non ha tanta voglia di studiare, ma in compenso ha una passione: le pecore. E così circa tre anni fa comincia a fare il pastore, con trecento capi, e con l’obiettivo di raggiungere i cinquecento, che lui ritiene gli darebbero più autosufficienza economica.

Ho visto per caso la sua storia raccontata qualche tempo fa in televisione e mi piacque. Non so se Andrea ne è cosciente, ma la sua vita si inserisce nel filone della decrescita, quel movimento magari considerato un po’ utopistico di cui Il Fatto ospita qui in qualità di blogger uno dei fondatori, Maurizio Pallante, quella decrescita che sola potrebbe salvare capra e cavoli, intesi come uomo e Terra.

Perché non sarà certo quella scemenza dello sviluppo sostenibile che potrà salvarci, ma un sano e deciso passo indietro volontario, cosciente.

Imparare a vivere di poco, soprattutto di ciò che si produce, vivere sul territorio, senza sentire la necessità di muoversi. Andrea l’ha tradotto in pratica, e come lui altri, soprattutto giovani, ci stanno provando. La differenza sta nel fatto che spesso non sono singoli individui a tentare la nuova strada, ma addirittura comunità. C’è così  l’esperienza ormai pluridecennale di Torri Superiore, dietro Ventimiglia. C’è invece quella più recente di Meditamare, dietro Imperia. E ci sono infine le coppie, come Marta e Giorgio, lei medico, lui laureato in filosofia, che hanno fatto rinascere un borgo di montagna, dove ormai dal 1995 allevano capre e producono ottimo formaggio.

Diciamo che i tempi sono favorevoli perché queste esperienze si facciano strada, sia per ragioni oggettive (oggi il lavoro non è più garantito, e quasi mai  remunera gli studi fatti), sia per ragioni soggettive, nel senso che sempre più viva è la consapevolezza tra la gente di vivere in un mondo sbagliato.
Ed allora ecco che la scelta di una vera vita alternativa a quella cui siamo purtroppo abituati non è più un’utopia, ma diventa una gradevole realtà. Anche nello spirito del lentius, profundius, suavius del mai troppo rimpianto  Alexander Langer.

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