L'ospedale San Raffaele

In principio erano le Tessiture Daccò di San Colombano al Lambro, provincia di Lodi, un’aziendina a pochi passi di distanza dal suo principale cliente, l’ospedale psichiatrico gestito dai frati dell’ordine di San Giovanni di Dio, meglio noti come Fatebenefratelli. Parte da qui, dall’impresa di famiglia ereditata dal padre, l’incredibile avventura di Pierangelo Daccò, per tutti Pierino, descritto dai pm di Milano, che lo hanno fatto arrestare un mese fa, come il gran ciambellano dei fondi neri del San Raffaele, l’organizzatore e il gestore delle operazioni truffaldine che hanno svuotato le casse dell’impero ospedaliero fondato da don Luigi Verzè. Tutto qui? No, c’è molto altro. E molto di più. In oltre vent’anni di onorata (si fa per dire) carriera, quel piccolo imprenditore della bassa lodigiana è diventato un punto di riferimento per il sistema di potere, e di affari, che ruota attorno a Roberto Formigoni, il ciellino che dal 1995 siede sulla poltrona di presidente della regione Lombardia.

Il governatore conosce e frequenta Daccò da almeno un ventennio: vacanze in comune, feste. Non è una sorpresa, del resto. Già nei primi anni Novanta il rampantissimo Pierino era ben inserito nel giro degli uomini di punta del Movimento Popolare, espressione politica di Comunione e Liberazione. Daccò conosceva bene pesi massimi come Antonio Intiglietta, Giorgio Vittadini e Antonio Simone. In particolare con quest’ultimo strada facendo i rapporti sono diventati molto stretti. Per quasi vent’anni Daccò e Simone hanno fatto affari insieme. A un certo punto, nel 2007, prendono in gestione anche un ospedale, il San Giuseppe di Milano per poi cederlo un paio di anni dopo. Tutto questo per dire che nel 2005, quando finalmente approda al San Raffaele per diventare il gestore occulto dei fondi neri, Daccò è già un personaggio di gran peso nel mondo della sanità lombarda, un mondo che vale miliardi di euro all’anno di giro d’affari.

La sua scalata al potere, e alla ricchezza, è tutta sottotraccia. Prima che esplodesse il caso San Raffaele con il crack dell’ospedale e il suicidio di Mario Cal, braccio destro di don Verzè, il riservatissimo Daccò si è sempre mosso ben lontano dai riflettori. L’unico incarico pubblico, se così si può dire, è quello di consigliere d’amministrazione dell’Inter, tra il 1989 e il 1995, ai tempi della presidenza di Ernesto Pellegrini. Un onore, per Daccò, che è un interista sfegatato, ma forse c’entrano anche gli affari. Insieme a lui, infatti, troviamo nel consiglio dell’Inter di Pellegrini anche Giancarlo Abelli, uno degli uomini più potenti della politica lombarda, considerato una sorta di ras della sanità, anche lui, manco a dirlo, molto vicino a Formigoni.

Particolare importante: una delle due figlie di Daccò, Erika, ha sposato il consigliere regionale lombardo Massimo Buscemi, pure lui formigoniano. Ebbene, un paio di anni fa si è scoperto che Buscemi si era messo in affari, affari immobiliari, con la moglie di Abelli, Rosanna Gariboldi. Incroci sorprendenti, non c’è che dire, sui quali, però, si alza il velo soltanto adesso che lo scandalo San Raffaele ha scoperchiato il pentolone degli affari sporchi di certa sanità lombarda. Daccò era abilissimo a non dare nell’occhio. Sfuggiva ai giornalisti, ai magistrati e anche al fisco, tant’è che da tempo, imitato in questo dall’amico Simone, ha trasferito la residenza Londra, ad Hampstead, uno dei sobborghi più eleganti e rinomati della città.

Nessun problema fino a quando un paio di anni fa l’Agenzia delle entrate di Lodi non ha avviato un’indagine nei suoi confronti, sospettando che la residenza londinese fosse fittizia. Un po’ com’è successo per Valentino Rossi. Conseguenze? Nessuna, almeno finora. Nel mondo degli affari, però, chi doveva sapere sapeva benissimo chi era davvero Daccò e di che cosa si occupava. La conferma? Eccola. Nell’agenda del banchiere Gianpiero Fiorani, il furbetto della Popolare di Lodi, compare anche il numero di cellulare di Daccò con accanto una sola parola: Regione. Considerato che Daccò non ha mai avuto nessun incarico ufficiale dalla giunta Formigoni, l’appunto nell’agenda di Fiorani la dice lunga quantomeno sull’immagine che l’uomo di fiducia dei ciellini proiettava di sè.

Per capire come sia arrivato fino a lì bisogna partire dalla piccola tessitura di San Colombano al Lambro. E’ lo stesso Daccò a spiegare le sue origini in un verbale d’interrogatorio che risale al gennaio 1994, quando, nel pieno di Mani Pulite, la procura di Milano stava indagando sulle forniture al sistema sanitario. L’amico di Formigoni, sentito dai magistrati in qualità di persona informata dei fatti, spiega che la sua azienda ha “come clienti unicamente istituti gestiti da ordini religiosi (….) i quali a loro volta sono convenzionati con enti pubblici”. Il cliente principale, come detto, era l’ordine dei Fatebenefratelli. Il legame con i frati di San Giovanni di Dio, con cui tra l’altro si lancia in operazioni immobiliari in Israele (a Nazareth) e in Cile, permette a Daccò di entrare nel giro grosso della sanità. Nasce da lì un rapporto destinato a durare nel tempo, quello con il manager Renato Botti che nel 1990 era segretario amministrativo dei Fatebenefratelli.

Botti nel 2003 approda al San Raffaele come direttore generale. Giusto due anni dopo, Daccò comincia a trafficare con i fondi neri di don Verzè. Nel frattempo, secondo quanto raccontano entrambi, i due amici avevano però bruscamente interrotto i loro rapporti. Di sicuro Botti e Daccò hanno alle spalle una lunga storia di affari comuni. Tra il 1990 e il 1992 hanno dato vita insieme ad alcune società: un’agenzia di viaggi con sede a Milano in via Montenapoleone e un centro medico polispecialistico. Con l’aiuto di Daccò e di Cl la carriera di Botti a metà degli anni Novanta ha preso il volo. Nel 1993 troviamo il manager alla presidenze dell’Ipab, l’ente di beneficenza milanese a controllo comunale. Nel 1997 arriva la nomina a direttore generale dell’assessorato alla Sanità della giunta Formigoni. Da qui Botti passa al San Raffaele dove incrocia di nuovo il vecchio socio. Daccò però ormai vola molto più alto. L’ex fornitore di biancheria per gli ospedali è diventato una trottola che viaggia solo off shore, tra Lugano, Vienna, i Caraibi, maneggiando società ombra e fondi neri. Fino a quando sei mesi fa il San Raffaele non fa crack. E Daccò arriva al capolinea della sua carriera di uomo ombra.

da Il Fatto Quotidiano del 22 dicembre 2011

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