Il comune di Casale Monferrato, guidato da una maggioranza di centro destra, ha deciso di accettare il risarcimento offerto dalla Eternit, 10 milioni di euro, e di ritirarsi contestualmente dalla costituzione di parte civile nel processo in corso e in tutti quelli che seguiranno.
In altre parole hanno accettato di monetizzare il danno e hanno lasciati soli in tribunale i rappresentanti di oltre duemila persone morte, colpite dal mesotelioma, il devastante tumore che ha ammazzato non solo chi lavorava alla Eternit di Casale, ma ha distrutto anche le vite dei loro parenti e di chi abitava nella zona.

Quella di Casale è stata una delle più impressionanti stragi sul lavoro, non a caso il processo in atto a Torino, condotto dal giudice Guariniello, è il più grande processo di questo tipo mai celebrato in Europa. Non a caso la notizia del ritiro del comune di Casale Monferrato dall’aula del tribunale in cambio di una manciata sostanziosa di euro ha suscitato indignazione non solo in Italia, ma anche in Europa, dove migliaia di famiglie, a cominciare dalla vicina Svizzera hanno subito dalla medesima azienda il medesimo oltraggio.

“Soldi del diavolo” hanno commentato i rappresentanti del comitato di Casale animato da donne e da uomini, a cominciare da Bruno Pesce e dalla signora Pavesi che hanno davvero dedicato la loro vita a reclamare giustizia, ad onorare la memoria di chi non c’è più, ad impedire che ad altri accada quello che è già successo a Casale. Quel comune, quel nome, erano diventati il punto di riferimento per chiunque abbia intrapreso delle lotte per contrastare le morti sul lavoro, per intensificare la prevenzione, per inasprire le norme.
Casale era la capitale di una Italia civile e solidale. Ora non lo è più. La maggioranza di destra che lo guida, supportata dalla Lega, ha rinunciato, ha buttato quella bandiera, ha accettato i soldi dai responsabili di quel disastro, che però non hanno mai ammesso la loro colpa e per decenni hanno negato che esistesse un qualsiasi nesso tra l’amianto e la morte dei lavoratori.

Se il comune ha rinunciato in cambio dei soldi, restano però a salvare l’onore della città e della Italia intera i familiari delle vittime, le loro associazioni, i comitati, partiti e sindacati che sono restati con loro. Forse si potrebbe ipotizzare una grande manifestazione di solidarietà a Casale Monferrato, forse si potrebbe farla qualche giorno prima della sentenza prevista per il prossimo 13 febbraio. Sicuramente possiamo cominciare mettendo una firma e diffondendo l’appello lanciato da tante associazioni che non hanno intenzione alcuna di arrendersi o di farsi conquistare dal “denaro del diavolo”.

L’appello Casale Monferrato, vogliamo giustizia

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