Nella rubrica della scorsa settimana, e dunque un po’ prima del vertice di Bruxelles, auspicavo che B. fosse delegittimato dai capi di Stato esteri. Non siamo stati capaci di liberarci di un delinquente (nel senso tecnico: persona che ha commesso reati), abbarbicato alla sua poltrona solo per far approvare leggi che gli evitassero processi e condanne. Che ce ne liberino i governanti Ue, attraverso il discredito e la sfiducia. Che sono probabili, avevo pensato, poiché l’Italia è una minaccia per la stabilità internazionale; e dunque c’è un generale interesse ad allontanare dalla scena pubblica un premier non solo incapace di affrontare la crisi, ma addirittura assente, affaccendato com’è a evitare la prigione.

Tutto questo si è puntualmente verificato. Solo che, quando Sarkozy e Merkel hanno riso di B., i leader dell’opposizione si sono indignati: inaccettabile, inopportuno. Vero che, poi, hanno chiesto le dimissioni di B. Ma è il rigurgito di un nazionalismo ingenuo e puerile che mi sorprende. La domanda che ha scatenato le risa è stata: “Ma voi vi fidate di Berlusconi?”. Di Berlusconi, non dell’Italia. E le risa, ovviamente, sono state scatenate dal grottesco permanere alla guida del nostro paese di un individuo manifestamente incongruo con il ruolo e le connesse responsabilità; non certo dalla sfiducia nei confronti delle capacità e potenzialità dell’Italia. Insomma, non dire a chiare lettere “bravi” a Sarkozy e a Merkel è stato l’ennesimo errore di un’opposizione incapace di proporsi come alternativa a una maggioranza da operetta.

E ancora. La lettera di intenti che B. ha presentato alla Ue è ridicola. Prima di tutto è una lettera di intenti; cioè una promessa proveniente da uno da cui non compreresti un’automobile usata. Quindi potrebbe essere oggetto della stessa sfiducia che ha provocato le risa di Bruxelles. E poi contiene troppo poco di concreto. Ed è qui che Bersani, Casini, Fini e Di Pietro dovrebbero intervenire: presentando una “lettera di intenti” alternativa, una promessa affidabile. Qualcosa in cui fosse scritto chiaramente: pensioni a 67 anni per tutti, uomini e donne, è troppo poco, soprattutto se ci si arriverà nel 2026; contributo all’apprendistato, liberalizzazione dei servizi pubblici locali, incentivi per l’assunzione delle lavoratrici, revisione delle norme sui licenziamenti rilanceranno l’economia (speriamo), ma il risultato lo vedremo tra anni; privatizzazioni e dismissioni, se fatte davvero e con intelligenza, sono le uniche misure su cui siamo d’accordo.

Ma a breve, domani, serve altro: recupero dell’evasione fiscale e dunque rapporti bancari indicati in dichiarazione, pubblicizzazione dei redditi, repressione efficace, radicale riforma del sistema tributario; imposta patrimoniale su un ampio ventaglio di beni con mezzi di accertamento innovativi; vendita dei gioielli di famiglia, i patrimoni artistici e naturali abbandonati per incapacità gestionale o carenza di risorse. Non è troppo tardi. Compratevi qualche pagina di giornale, scrivete un programma concreto, articolato, senza chiacchiere e con indicazioni precise; firmatelo tutti, senza distinguo e senza riserve. Scommettiamo che invece di ridere di B. i nostri tutori si congratulerebbero con i nuovi, affidabili interlocutori?

Il Fatto Quotidiano, 28 ottobre 2011

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