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Riforma della Medicina territoriale, ovvero l’ultimo tassello della distruzione del nostro servizio sanitario

Basterebbe poco per raggiungere gli obiettivi del Pnrr e salvare la dignità di un'intera categoria di professionisti. Ma l’intero arco parlamentare, con qualche piccola eccezione, è unanime nel finanziare il riarmo
Riforma della Medicina territoriale, ovvero l’ultimo tassello della distruzione del nostro servizio sanitario
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Il 23 aprile il Ministro della Salute Schillaci ha presentato in Conferenza delle Regioni la proposta della riforma della Medicina Territoriale per cercare di rendere funzionanti le Case della Comunità, solo 66 operative su 1715 secondo i dati Agenas, entro il 30 giugno, nell’ambito degli obiettivi finanziati dal Pnrr, pena la restituzione dei soldi che ci ha prestato l’Europa.

Si può ipotizzare una riforma a soli due mesi dalla scadenza degli obiettivi senza aver intavolato nessun confronto con i professionisti che dovrebbero essere il motore per il raggiungimento di quegli stessi obiettivi? Senza consultare le parti sociali?

Il progetto Case di comunità nasce già ab initio con un parto distopico in un paese che, a differenza di molti paesi europei, contiene nella legge istitutiva del suo Servizio Sanitario nazionale la norma che sancisce la libera scelta del cittadino di decidere chi deve essere il suo medico curante. E così è stato sinora. La presenza di un medico in ogni paesino, in ogni quartiere, in ogni isola ha contribuito a delineare la capillarità del nostro Servizio Sanitario nazionale che è stata l’arma vincente, e a basso costo, della nostra sanità pubblica.

Poi si inizia a parlare di case della Salute dove lavorano medici di medicina generale in gruppo per alleggerire i pronto soccorso e la richiesta di cure ospedaliere. Per istituire un filtro. Peccato che il sovraffollamento dei Ps e degli ospedali in generale non deriva dalla mancanza di filtro e di presa in carico dei medici di famiglia, ma dalla carenza di organici nei pronto soccorso, dal taglio selvaggio dei posti letto, dalla contrazione dell’offerta specialistica. Ma tocca trovare il capro espiatorio: i medici di medicina generale. Agenas nel 2012, nei suoi quaderni monitor, boccia le case della Salute.

Con il governo Conte arrivano i soldi del Pnrr e il Ministro Speranza decide che vanno investiti nelle case di Comunità, equivalenti alle Case della salute, già bocciate da Agenas nel 2012, che richiamano un po’ nella dizione le Case del popolo di staliniana memoria e forse per questo care a un ministro di sinistra. L’attuale governo ha fatto suo questo progetto senza una chiara visione degli obiettivi e delle finalità. Forse sarebbe stato meglio, con quei fondi, ammodernare ospedali, ristrutturare gli studi periferici dei medici di famiglia, dotarli di tecnologie e personale.

Le case di Comunità devono funzionare e, volenti o nolenti, i medici di famiglia ci devono lavorare, ma contemporaneamente devono essere funzionanti i loro studi privati decentrati sul territorio. Ma perché tutto questo?

Perché non si può traslare il rapporto di fiducia medico-paziente verso un rapporto di cura medico-struttura, a meno di non riformare un mucchio di leggi, a partire dalla legge istitutiva del nostro Servizio sanitario, la 833 del 1978, che sancisce il diritto del cittadino di scegliere il proprio medico di fiducia. A parte le necessarie riforme legislative, questa opzione è una scelta politica impopolare considerato che il medico di famiglia costituisce, nei sondaggi, la figura con più alto indice di gradimento nei cittadini, nonostante la categoria sia soggetta ad un quotidiano discredito da parte della politica e dei media.

Ed ecco allora la soluzione “geniale” contenuta nella proposta di legge dell’onorevole Benigni di Forza Italia, deputato 38enne promotore finanziario – quindi grande esperto di sanità – e ripresa in parte dalla proposta Schillaci: i medici lavoreranno in parte nelle case di comunità e in parte nei loro studi privati. Siamo alla interpretazione contemporanea di Arlecchino servitore di due padroni. Questo perché nell’immaginario comune noi medici lavoriamo tre ore al giorno e guadagniamo un mucchio di soldi. Se così fosse non mi spiego proprio perché i giovani non vogliano intraprendere questo tipo di professione. Non è vero che non ci sono medici. Non ci sono medici che vogliono fare il medico di famiglia.

In tutta questa confusione, i medici italiani, pressati da una burocrazia asfissiante, sovraccarichi di lavoro per sopperire ad una carenza di organico spaventosa, compressi tra una richiesta di salute e bisogni sempre crescenti e algoritmi prescrittivi da rispettare, pena multe pecuniarie salatissime che ne limitano la libertà professionale, sono in rivolta. In un sondaggio lanciato recentemente dal Sindacato Medici Italiani, il 77% degli intervistati ha detto che se passasse una riforma di tale portata sarebbe disposto a dimettersi dal Servizio Sanitario Nazionale.

I medici di famiglia sarebbero anche disposti a lavorare nelle case di comunità come dipendenti o specialisti ambulatoriali convenzionati, ma certamente non come liberi professionisti pagati a obiettivi e costretti a sottostare ad ordini di servizi senza nessuna tutela come il riconoscimento di malattia, maternità, infortunio sul lavoro. Se mi dici come lavorare, dove lavorare, quanto lavorare non sono più un libero professionista da cui lo Stato acquista servizi, ma un dipendente in nero, senza contratto e senza diritti.

Stiamo assistendo in diretta alla destrutturazione dell’ultimo baluardo del Ssn, del primo pilastro della sanità pubblica, del primo front office a cui i cittadini possono accedere senza passare dalle forche caudine delle liste d’attesa. Basterebbe poco per raggiungere gli obiettivi del Pnrr e salvare la dignità di un’intera categoria di professionisti. Ma l’intero arco parlamentare, con qualche piccola eccezione, è unanime nel finanziare il riarmo e aiutare militarmente l’Ucraina, anche se questo si traduce in tagli pesanti dello Stato sociale, compresa la Sanità. Allora si salvi chi può.

L’attuale attacco alla medicina generale è l’ultimo tassello della soluzione finale: la distruzione del servizio sanitario nazionale così come l’abbiamo conosciuto: equo, universale, accessibile.

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