Leggo stamane sull’HuffingtonPost che ieri il social network più popoloso del mondo ha consentito agli utenti di cambiare (su richiesta) colore: dal bluette al viola.

Ciò per ricordare la seconda annualità del Giorno dello Spirito (o dell’Anima), dedicato al sostegno dei movimenti e della gioventù LGBT.

Il colore viola rappresenta – nello spettro dell’arcobaleno – proprio lo spirito e indossare qualcosa di questo colore – in particolare il 20 ottobre – diventa il simbolo della lotta che tutti i LGBT della Terra conducono contro le vessazioni, le violenze e le persecuzioni.

C’era anche un aggiornamento di stato sulla Bacheca ufficiale di FB che commentava l’anniversario.

Ottimo, penso.

Un’iniziativa veicolata attraverso questo social network ha una vastissima diffusione e risonanza. Ho a cuore – da sempre – le battaglie delle minoranze, specialmente se rivendicano diritti d’amore, sostegno e cittadinanza.

Sto per chiedere la variazione del colore per esprimere la mia solidarietà al GLAAD, quando, gironzolando sul web, m’imbatto in un articolo su repubblica.it.

È l’ennesimo report relativo alla considerazione tutta particolare che l’Azienda di Palo Alto ha della privacy degli umani. Leggo che un giovane studente austriaco, Max Schrems, ha rilevato una lista di abusi che Facebook ha perpetrato nei confronti del diritto alla sicurezza dei dati personali, così come è regolamentata in Europa.

L’articolo spiega come il concetto di privacy, in una per altro bigotta America, sia molto evanescente oltre Atlantico e ciò ‘autorizza’ Zuckerberg&Co a raccogliere di noi anche dati ed aspetti più che dettagliati, senza pudore alcuno. Anche ciò che abbiamo cancellato, anche ciò di cui non siamo realmente o pienamente consapevoli.

Mediante un modulo standard, si può chiedere a Facebook il proprio file personale. Loro svalangheranno un pdf enorme (un migliaio di pagine) dove ci sarà proprio di tutto, anche i dati sensibili. È ciò che ha fatto anche il giovane Schrems, il quale ha attivato una procedura di reclamo nei confronti della sede europea di Facebook, in Irlanda, per violazione della privacy.

Tutti i dati conservati da Facebook sono oro colato per Zuckerberg che, pare, li rivende poi alle società. Ma ciò di cui non ci rendiamo perfettamente conto è la loro mole e il loro valore, quando i dati vengono intrecciati, aggregati o resi graficamente.

Un esempio della pervasività e della perversità del ‘sistema Facebook’. Ho cercato, in questi ultimi 20 giorni, di fare qualche preventivo assicurativo online (la mia compagnia ha ceduto il ramo RCA ed io mi devo trovare un’altra assicurazione). Ho tentato di fare qualche preventivo (per orientarmi) senza stipulare nessun contratto, badando bene a non accettare tutte le richieste di utilizzo dei dati per fini diversi dal mero preventivo. Orbene, su ogni sito che mi capita ancora oggi di visitare (pure sul sito della Rai), trovo sempre e solo banner di compagnie assicurative! Mi sembra un’allucinazione senza funghetti: la realtà te la cambia un social network.

Come mi ero abbastanza compiaciuta della sensibilità verso il popolo LGBT, così mi sono arrabbiata (e tanto) sulla sfacciataggine del social network, sfacciataggine che (subdolamente) pretende di voler passare più per leggerezza e superficialità che per calcolo ed interesse economico.

Facebook, il libro dalla faccia tosta e nascosta.

di Marika Borrelli

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