“Dobbiamo fare una sceneggiata, dobbiamo prendere un amico nostro, lo dobbiamo legare e (…) far finta che lo stiamo picchiando. Ti faccio vedere che con questa sceneggiata se riesco a prendere 40, 50mila euro ci facciamo la pensione”. Parlavano così, tra di loro, alcuni dei 12 componenti della banda, accusata di associazione a delinquere, estorsione e usura, aggravate dal metodo mafioso, i cui dialoghi sono finiti nell’ordinanza di custodia cautelare a firma del gip di Firenze Antonio Pezzuti. L’inchiesta del sostituto procuratore della Dda Pietro Suchan ha consentito l’esecuzione delle misure cautelari, 10 in carcere e 2 ai domiciliari. Gli elementi probatori, comprese le testimonianze di alcuni pentiti, hanno portato gli uomini del Gico (Gruppo investigativo criminalità organizzata), della Tributaria della Guardia di Finanza di Firenze e Napoli nella stessa direzione: la scoperta di un’organizzazione di pregiudicati, secondo l’accusa, già appartenenti a famiglie aggregate ai clan Misso e Lo Russo di Napoli e sodali residenti a Firenze e in Toscana.

Alcuni esponenti della banda guidata da Ciro Di Mauro e Biagio Palumbo avevano il pallino per la “sceneggiatura”. Sceglievano l’imprenditore da spennare, preparavano il set, le parti da recitare e andavano in scena. Il copione era perfetto e lo spettacolo riusciva. In un’occasione sono stati credibili al punto di aver costretto un carrozziere di Prato, facendogli credere di aver assistito a un omicidio, a pagare per non rischiare di diventare loro complice agli occhi della giustizia. Per restare fuori da quello che credeva fosse stato un regolamento di conti, avvenuto in una zona di campagna vicino a Firenze Sud con tanto di spari e sangue finto, il pratese ha sborsato 60mila euro.

Il gruppo criminale secondo Dda e Gico “ha riprodotto nel territorio toscano quello stile comportamentale mafioso tipico di clan camorristici accreditandosi negli ambienti criminali come professionisti delle estorsioni”. Il modo in cui si rivolgevano alle vittime lo spiega chiaramente: “Per il bene dei tuoi figli e della tua famiglia qua comandiamo noi, sono dieci anni che stiamo qua a Firenze, quando ti serve qualcosa dillo a noi. Non sai chi siamo noi”. I membri dell’organizzazione erano forti dell’esperienza di Palumbo e Di Mauro, già condannati nel ’97 e nel ’90 in via definitiva per associazione di tipo mafioso. Entrambi, nel 2000, si erano stabiliti a Firenze reclutando uno dopo l’altro i componenti. In cella oltre a loro sono finiti gli altri tre fratelli di Ciro Di Mauro, il 43enne Salvatore, il 35enne Rosario e Mario, 44 anni. In carcere anche Armando Scognamillo di 23 anni di Napoli; Carlo Lupo di 58 anni di Vinci; Michele Schina di 60 anni di Scandicci; Andi Hasho di 32 anni, albanese; Mario Rocco di 54 anni di Prato. Ai domiciliari invece due professionisti fiorentini che lavorano nel settore dell’infortunistica stradale e che avrebbero commissionato alla banda il recupero di un credito.

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