Sono stati tutti condannati i vigili accusati di violenza nei confronti di Emmanuel Bonsu. Condanne che nel complessivo raggiungono i 40 anni. Simona Fabbri (7 anni e sei mesi), Stefania Spotti (6  anni e 8 mesi), Graziano Cicinato (2 anni perché gli è stato riconosciuto solo il sequestro di persona), Pasquale Fratantuono (7 anni e nove mesi), Marco De Blasi (3 anni e mesi), Andrea Sinisi (4 anni e 9 mesi), Giorgio Albertini (4 anni e 7 mesi), Mirko Cremonini (3 anni e 6 mesi) i nomi delle persone riconosciute del pestaggio ai danni del giovane. Per tre di loro, Simona Fabbri, Stefania Spotti e Pasquale Fratantuono, è arrivata anche l’interdizione perpetua dai pubblici uffici, mentre per tutti gli altri ad esclusione di Cicinato, l’interdizione dai pubblici uffici sarà di 5 anni: a quest’ultimo, infatti, è stato riconosciuto il solo reato di sequestro di persona ed è stato concesso il beneficio della sospensione della pena e non menzione della condanna nel casellario giudiziale.

Non è andata altrettanto liscia ai suoi colleghi, a cui invece sono stati riconosciute tutte le condanne, con l’aggravante di razzismo e discriminazione razziale. Il presidente della corte, il giudice Paolo Scippi, si era ritirato in camera di consiglio in tarda mattinata dopo che accusa e difesa avevano terminato le controrepliche. Nel frattempo uno dei vigili accusati, Pasquale Fratantuono, quello per cui il pubblico ministero Roberta Licci aveva chiesto la pena più elevata (9 anni e 3 mesi), aveva domandato al tribunale di leggere una sua dichiarazione al termine della quale è scoppiato a piangere.

“Ho scelto di non partecipare al processo perché non sarei stato in grado di sopportare la pressione psicologica – ha detto -. Ho deciso di essere qui perché volevo che lei sapesse che la violenza e il razzismo non appartengono alla mia cultura. Sono fermamente convinto di aver fatto il mio dovere nella prima operazione antidroga della mia vita. Mi è molto difficile parlare in questa aula e mi rammarica sapere che qualcuno ha sofferto come oggi soffro io nella convinzione che ho agito per fini diversi da quelli istituzionali”. Frantantuono era presente anche oggi pomeriggio, alla lettura della sentenza, che ha accolto con più tranquillità.

Il tribunale di Parma ha anche condannato gli otto vigili al risarcimento dei danni morali e materiali subiti da Bonsu, con una liquidazione immediatamente esecutiva di 135mila euro. Solo in questo frangente non sono state rispettate le richieste dei pm, che avevano chiesto 500mila euro direttamente al Comune di Parma: saranno gli stessi vigili a dover pagare Emmanuel di tasca propria. Il tutto per ripagare il fatto di averlo fermato 3 anni fa il giovane ghanese, scambiato per il palo di un pusher, pestato e picchiato. Ma non solo: Fratantuono si è reso protagonista di una fotografia che esprimeva tutta la scabrosità della vicenda, sbandierata come un trofeo. Lui, il vigile, che tiene per il collo Bonsu seduto sulle sue ginocchia con un occhio tumefatto. E poi il povero ragazzo è stato costretto a tornare a casa con una busta con scritto ‘Emmanuel negro’.

Settembre 2008: “Emmanuel negro” fermato e picchiato dai vigili. La vicenda era iniziata il 29 settembre 2008 quando un ventiduenne di colore, scambiato per la vedetta di uno spacciatore, era stato fermato nel parco ex Eridania di Parma. Nel corso di un’operazione antidroga condotta da uomini della polizia municipale, lo studente Emmanuel Bonsu Foster denunciò ai carabinieri di essere stato inseguito e pestato all’uscita dai corsi serali che frequentava. Ammanettato, era stato caricato su un’auto di servizio, picchiato di nuovo e portato nella caserma di via del Taglio, dove erano continuate violenze e aggressioni verbali di stampo razzistico per spingerlo a confessare quanto non aveva fatto.

Una volta rilasciato, i referti del pronto soccorso avevano parlato di trauma cranico e toracico mentre la foto del ragazzo, con un visibile ematoma all’occhio sinistro e un agente accucciato di fianco a lui quasi fosse un trofeo da safari, aveva fatto il giro del mondo accendendo i riflettori dei media su Parma. E se in un primo momento il comando della polizia municipale aveva risposto che nessuna violenza era stata perpetrata (anzi, tra i vigili presenti ci sarebbero stati dei contusi), nel giro di brevissimo furono tre le inchieste aperte.

Tre le indagini, una della magistratura e due delle istituzioni. La prima, della procura della Repubblica, era a carico di 8 agenti, di un ispettore capo e di un commissario capo, accusati in un primo momento anche di sequestro di persona. Gli altri capi di imputazione comprendevano percosse aggravate, calunnia, ingiuria, falso ideologico e materiale e violazione dei doveri d’ufficio. Nel gennaio 2009 in quattro erano finiti ai domiciliari. Le altre due inchieste, invece, erano state disposte dall’allora assessore alla sicurezza del Comune, Costantino Monteverdi, e dall’ufficio antidiscriminazioni del ministero delle pari opportunità.

La richiesta di rinvio a giudizio per i vigili parmigiani era arrivata nel maggio 2009 e, tra slittamenti dell’udienza preliminare e nuove perizie mediche sul giovane, si era arrivati un anno più tardi a definire anche il ruolo del Comune, ritenuto responsabile civile e al contempo parte lesa dal gup Maria Cristina Sarli. Due imputati scelsero riti alternativi. Il primo era Marcello Frattini, contro il quale venne pronunciata una sentenza a 3 anni e 4 mesi. Il secondo invece era Ferdinando Villani, che in abbreviato si vide comminare 2 anni e 10 mesi dopo che gli era stato rifiutato un patteggiamento a 2 anni. A processo, ripreso per intero dalle telecamere della trasmissione Rai “Un giorno in pretura”, ci andarono in 8 e si registrarono vari episodi che a cicli costanti hanno riportato d’attualità il caso.

Jacobazzi, il comandante che doveva rilanciare l’immagine dei vigili poi arrestato. Tra questi una deposizione in cui si citava il comandante della polizia municipale, Giovanni Maria Jacobazzi, nominato dopo i fatti. In udienza venne indicato come l’autore di due relazioni riservate, successive di pochi giorni l’una dall’altra, la prima delle quali – quella che più scagionava i vigili da sentimenti razzisti – filtrata alla stampa. Lui, impegnato a rilanciare l’immagine del corpo, aveva ribattuto piccato che non era vero, ma qualche giorno dopo era stato arrestato nell’ambito di un’inchiesta su presunte tangenti legate a lavori sul verde pubblico. Tornando al processo, c’erano state poi interruzioni delle udienze, sospetti di testimonianze mendaci o lacunose e qualche episodio di sfoggio di arroganza, come quella volta – era la fine dello scorso giugno – in cui gli avvocati della difesa si erano sentiti rimbrottare con un “volete che vi faccia una lezione di diritto?”

Infine, pochi giorni fa le richieste dell’accusa: oltre ai 9 anni e 3 mesi paventati per Fratantuono, che doveva rispondere anche di falso ideologico aggravato insieme al collega Mirko Cremonini (8 anni e 7 mesi la pena richiesta per lui malgrado abbia accettato, unico insieme a Marco De Blasi, di sottoporsi all’interrogatorio delle parti), gli altri imputati si erano visti balenare condanne ipotetiche che comprendevano, oltre a diversi anni di carcere per tutti, per quattro di loro l’interdizione perpetua dai pubblici uffici e per gli altri l’interdizione per cinque anni. Gli avvocati di parte civile, dal canto loro, avevano richiesto una provvisionale di 500 mila euro per i danni fisici, biologici e morali subito dal ragazzo picchiato.

di Antonella Beccaria e Caterina Zanirato

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