Ieri sera Belpietro ha sostenuto che Termini Imerese andava chiusa, perché sopravvissuta solo grazie ai fondi pubblici, cosa che non è né buona né giusta.

Siccome mi piacciono i ragionamenti completi, a chiusura del cerchio gli ho fatto notare che se questo fosse il criterio, allora il giornale che dirige, Libero, avrebbe già dovuto chiudere da un pezzo, visto che tra il 2003 e il 2009 ha beneficiato di 40 milioni di fondi pubblici le cui ricadute, in una maniera o nell’altra, evidentemente ancora oggi manifestano il loro effetto benefico sui bilanci del quotidiano.

Belpietro si è detto allora un convinto assertore dell’abolizione dei fondi pubblici all’editoria. A patto, ha aggiunto, che a questi fondi rinuncino tutti, non solo qualcuno. Così sono stato costretto a obiettare che, tra i giornali, ce n’è uno che non ha aspettato che gli altri facessero un passo indietro, prima di farlo a sua volta, e che questo giornale si chiama Il Fatto Quotidiano. La cosa deve avergli fatto perdere il consueto aplomb, perché gli astanti lo hanno udito formulare confusamente una risposta alquanto sorprendente: “Anche lì, vedremo… Siccome prendono dei soldi per gli abbonamenti… Va beh!“.

Quindi, secondo Belpietro, Il Fatto Quotidiano è uguale a tutti gli altri giornali che si avvalgono dei finanziamenti pubblici all’editoria, anche se in realtà non se ne avvale affatto, in quanto “prende i soldi per gli abbonamenti“.

Per logica conseguenza, dobbiamo quindi desumere che secondo Belpietro le istituzioni si siano abbonate in massa al Fatto: dalle circoscrizioni ai Comuni, dalle Province alle Regioni passando per palazzo Chigi, palazzo Marino, Montecitorio senza dimenticare il Quirinale e via dicendo. Altrimenti dovremmo pensare che il direttore di Libero, pur avendo speso una carriera intorno al concetto di libero mercato, abbia ancora difficoltà a distinguere il mondo dell’imprenditoria, quello che si basa esclusivamente sulla vendita di servizi e prodotti, da quello delle imprese parassitarie sovvenzionate dallo Stato.

Oppure ancora, come dice lui: “Va beh!

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