Il completamento delle liberalizzazioni nelle industrie a rete e dei servizi pubblici locali costituisce, in Italia, un mistero. Da anni infatti esso fa parte dei programmi elettorali di governo ed opposizione ma, per qualche ragione oscura, resta al palo e torna di tanto in tanto, come un mantra mediatico, negli annunci del governo. Perché?

Le liberalizzazioni hanno a che fare con tutte quelle misure che servono a ridurre le barriere all’entrata in mercati tipicamente caratterizzati da monopolio pubblico. E’ questo il caso delle comunicazioni elettroniche, dei trasporti (specie ferroviario e aereo), dell’energia (reti elettriche e gas) e delle utilities in genere, dei servizi postali. Una volta costruite le reti, le liberalizzazioni agiscono a valle, permettendo a concorrenti dell’impresa pubblica di competere alle stesse condizioni, accedendo, appunto, alla rete. La concorrenza dovrebbe spingere il soggetto dominante – che può ben restare a proprietà pubblica – a migliorare i prezzi e la propria efficienza e nella qualità incrementano il benessere del cittadino-consumatore.

Questo paradigma funziona bene quando il mercato è comunque sottoposto al controllo di autorità indipendenti e, a mio parere, funziona ancora meglio quando l’ex-monopolista è verticalmente “disintegrato”, con società pienamente indipendenti che agiscono rispettivamente solo a monte (rete) e solo a valle (vendita dei servizi). Il vantaggio delle liberalizzazioni è che esse avvengono in tempi rapidi e non necessitano di risorse pubbliche aggiuntive (ad eccetto di quelle necessarie a gestire il controllo del mercato, risorse spesso pagate dalle imprese controllate).

Nella misurazione dell’Ocse (2009), l’Italia è oggi ai massimi livelli nelle tlc e nell’energia, sebbene restino alcuni importanti progressi da compiere nel gas. Siamo invece indietro in alcuni servizi ferroviari, nelle poste e nei servizi pubblici locali. In passato, secondo l’Ocse, le liberalizzazioni hanno alimentato la crescita e migliorato il benessere dei consumatori. Perché allora non proseguiamo in questa strada, apparentemente lastricata di buoni auspici bipartisan?

Forse la risposta si chiama privatizzazione, ovvero il processo di passaggio, totale o parziale, della proprietà pubblica delle imprese dominanti nelle mani dei privati. Sembra che le privatizzazioni funzionino meglio – sotto il mero profilo della cassa dello Stato – quando la liberalizzazione è incompleta. Ma non è detto che ciò sia un bene per la società nel suo complesso.

In una recente indagine, abbiamo dimostrato che, in un campione rappresentativo di sei industrie a rete in 30 paesi Ocse, i governi di centrodestra tendono a privatizzare, mentre quelli di centrosinistra tendono a liberalizzare. Se anche in Italia vale la stessa dinamica, ciò significa che l’arresto del processo di liberalizzazione si spiega proprio con la prospettiva di avviare prima le privatizzazioni.

Il problema è, tuttavia, che quando le privatizzazioni precedono le liberalizzazioni, anziché succedere ad esse, il rischio di compromettere la concorrenza in futuro e i benefici che ne derivano – come spesso ha ripetuto, tra gli altri, Stiglitz – è molto elevato.

Nel dibattito odierno si parla – confusamente – sia di liberalizzazioni che di privatizzazioni. Credo sia un errore. Bisogna fare attenzione, perché il timing è importante. Per i settori ancora indietro – ferrovie e poste – conviene prima liberalizzare, anche con la creazione di una nuova autorità indipendente o estendendo i poteri delle attuali, e poi pensare, in un orizzonte più lungo, a un programma di parziali dismissioni (lasciando il controllo pubblico a settori strategici).

Il rischio è altrimenti svendere i “gioielli di famiglia” e peggiorare, al contempo, il benessere dei consumatori.

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