Non saprà vendere sogni, come qualcuno chiede con forza (vedi alle voci Matteo Renzi e Nichi Vendola), non avrà un carisma paragonabile a quello di Silvio Berlusconi (ma dopotutto non è forse ora di abbandonare quel modello?), ma con il discorso di oggi Pier Luigi Bersani, fatta eccezione per uno sciagurato “perbacco”, ha ridato dignità ad un partito, ad un’area politica per troppo tempo orfana. Lo ha fatto abbandonando qualsiasi residuo di veltronismo che non gli appartiene (ma che lo portò alla figuraccia di Sanremo), abbandonando qualsiasi residuo di dalemismo, ponendosi con umiltà e senza arroganza davanti alla sua gente: “Mai il mio nome sul simbolo del partito”. Perché è il progetto per l’Italia quello che conta.

Bersani ha provato anche, nei limiti che la semplificazione di un comizio richiede, a indicare qualche proposta per il Paese, di cui la più bella e gradita ai tanti fieramente e orgogliosamente di sinistra, è stato quel riferimento “all’unità del mondo del lavoro”, necessaria nell’epoca di Pomigliano, a quella necessità di non “buttare a mare la contrattazione nazionale”, pena il baratro per l’Italia. Non si è dimenticato dei precari, perché un’ora di lavoro precario deve esser pagata più di un’ora di lavoro garantito.

Cari dirigenti del Pd, cari D’Alema, Veltroni, Serracchiani, Letta, Colaninno, Bindi, pronti poi a salire sul palco accanto al segretario nel momento degli applausi, lasciatelo invece solo a prendersi quegli applausi, perché mai nessuno di voi è riuscito a parlare alla propria gente, ai propri elettori, in questo modo, senza dirgli che erano loro a sbagliarsi, che erano loro a doversi fidare delle vostre scelte e delle vostre uscite incomprensibili. E anche se siete là, accanto a lui, Bersani è solo stasera, solo tra gli applausi di una piazza San Giovanni gremita.

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