Fu il celebrato fondatore della sinistra kennedyana. Che già allora si andava facendo un po’ disneyana. Ma non importava. Uscivamo dalla guerra fredda, dalla prima repubblica. Le sue linee morbide prospettavano un’epoca magica. Sembravano unirsi la laicità con il solidarismo, la prosa con la poesia, Gastone e Paperino. È durato lo spazio del primo Prodino. Ci si è subito immersi nella realtà. E nei suoi aspetti più dannatamente dalemiani.

Guerra in Kossovo e Telecom, la madre di tutte le svendite pubbliche. Walter ha da subito, contro tutto ciò, rivendicato una sognante sconfitta, un orizzonte africano perennemente incombente. Sono passati molti anni e molte sinistre coalizioni sadomaso. E lui non ha smesso di riproporre sogni. Ultimamente brutti. Sciolta la cravatta con mimica drammatica ci dice che il paese era in mano alla p2 e che c’è un filo che lega le stagioni delle stragi all’Heysel. La sua pietas civile tesa e commovente quasi convince.

Ma dura un battito di ciglia. “Walter, ma tu dove cacchio eri, perché non ce l’hai detto prima? Ne parli dopo vent’anni, a noi che nel frattempo ci siamo bevuti intere enciclopedie complottiste nel retrobottega?” In realtà il visionismo veltroniano e la realpolitik dalemiana sono due facce della stessa medaglia.

Due lati di una generazione che si è spacciata per inedita ma che non è riuscita davvero a troncare le proprie radici con la prima repubblica. Continuava a predicare nuovismo per razzolare democristiana, magari in due correnti diverse. Non è un caso che Walter sui complotti ci abbia messo il bollino appena un attimo prima di Amato e Pisanu.

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