L’intervista

Fiorello: “Perché non faccio show? Perché voglio divertirmi. Referendum? La verità è che è solo su Renzi”

L'intervista al "migliore di tutti", tutti i giorni su Sky con “Edicola Fiore”? “È una satira leggera e mi fa lavorare poco, quindi va benissimo”. Dice che smetterà a sessant'anni, racconta la difficoltà di gestire il successo e rivendica: "Vado orgoglioso di non essere mai diventato ricco nella testa pur avendo guadagnato"

20 Novembre 2016

Gavetta di Fiorello: “Ho fatto il meccanico, il muratore, il verduraio urlante per strada – il più bravo perché, come giurava Pavarotti, ‘a vendere qualsiasi cosa’, modestamente ero il migliore – e anche il telefonista. Lavoravo alle pompe funebri di Antonio Cacciaguerra, l’allenatore della squadra di calcio. Alzavo la cornetta e ogni tanto il capo mi spediva in ricognizione all’ospedale”. Gli si avvicinavano portantini simili a quelli dei film di Verdone: “Abbassavano la voce e spacciavano furtivi la notizia: ‘sbrigatevi, quello della 325 schiatta a ore’”. È stato sempre teatro, si trattasse di loculo o di cattedrale, alle latitudini di Rosario Tindaro Fiorello: “Ero animatore dentro. Uno che a scuola arrancava confondendo il nitrito con il Nitrato e, per strada, affinava l’arte del cazzeggio. E lo dicevano per denigrarmi, con il disprezzo degli unici che detesti davvero, quelli con la puzza sotto il naso, gli snob per partito preso, quelli per cui nicchia è sempre meglio di popolare, i radical chic. Non capivano che una palestra come quella vale più di qualsiasi scuola d’arte drammatica. E che se non ci fosse stato quel passaggio, non sarebbe arrivato neanche il resto. Nel villaggio ero felice. Salivo sul palco senza canovaccio e andavo a ruota libera prendendo applausi e complimenti con le stesse idiozie per cui al paese mi giudicavano male e mi guardavano come uno scemo”. Compiuti 56 anni, non diversamente da Jep Gambardella, Fiorello ha deciso che non può più perdere tempo a fare cose che non ha voglia di fare: “Ho l’impressione che quel che dovevo dire nel varietà classico, l’ho detto. Se fossi tornato in Rai con il papillon, ospitando Lady Gaga o cantando Strangers in the night avrei ottenuto buoni risultati, ma non avrei sorpreso nessuno e non mi sarei divertito. E invece non voglio smettere di divertirmi e non smanio per ereditare da quello che mi sono sempre rifiutato di considerare un mestiere, i problemi personali, l’ansia, l’attesa, lo stress, le intrusioni della politica, le critiche pretestuose o l’immancabile conferenza in cui le domande dei giornalisti variano da ‘quanto hai speso?’ a ‘quanto guadagni?’. Sono ancora un po’ Tarzan dentro. Certe pressioni le soffro e siccome mi voglio bene, le evito”. Ogni mattina quindi, a chilometro zero (“da casa non metto neanche la prima, scendo in folle”), la stampa si rassegna al ribaltamento dei ruoli e scopre che non c’è lettura più profonda della leggerezza di Fiorello e dei suoi Gian Burrasca. Anarchica, disordinata, inventiva, chiassosa, ilare, libera, intima, complice – povera nella messa in scena, ma ricca di intelligenza, nostalgia e modernità – Edicola Fiore, dalle 7,30 su Sky Uno, è illuminata dal talento del più bravo. Uno che a volte ripete le parole per dare loro una corazza più sicura, dice spesso ‘minchia’ ma non è mai volgare. Un paradosso con la frezza bianca e l’insonnia come amica che non ha più bisogno della tv: “Ormai no, ormai non penso” e del quale la tv, senza eredi all’orizzonte, ha assoluta necessità.

Il ‘secondo tempo’ di Edicola Fiore costa poco e va benissimo. Sky registra aumenti del 27% e medie da un milione al giorno.
Sono solo numeri. E i numeri non solo non raccontano tutto, ma creano anche false aspettative. L’ultima volta che feci uno show su Rai Uno, nel 2011, toccammo punte del 63 per cento. Se oggi facessi il 49 che mi succederebbe?

Edicola Fiore è un ritorno al suo passato remoto?
Benincasa, Fois, Montebelli e Taddia, gli autori, sono molto bravi, ma sanno che in caso di imprevisto possono contare su di me. Vengo da un mondo in cui dovevi cavartela da solo senza rete e non fermarti mai. La chiami ignoranza o ingenuità: ma io non sapevo neanche che esistessero, gli autori. Vedevo Walter Chiari e mi dicevo: “Come gli viene quella battuta in quel preciso momento?”.

A lei andava diversamente.
Andavo in scena e speravo che all’istante mi venisse in mente qualcosa di buono. Usavamo tutto, anche le disgrazie. Una sera cadde un faretto e una signora si ferì lievemente con le schegge. Avrei potuto interrompere lo spettacolo, ma andai avanti, mi avvicinai e misi in piedi una radiocronaca dell’evento: “Che succede? La stiamo perdendo?”.

Era cinismo?
Erano incoscienza, parei, camicie hawaiane, tempo sospeso e abitudini stravolte. Non ho messo un paio di scarpe per 15 anni e con i piedi, anzi con i calli, ci spegnevo le sigarette. Era un microcosmo senza telefonini, da vacanza perenne, in cui il messaggio perso del parente ti veniva recapitato con solennità alla reception in forma di papiro. Richiamavi e ti arrivavano le notizie dal mondo civilizzato. Fu così che nel luglio ’82 mia madre mi informò di una strana cartolina ricevuta a mio nome: “Me sa che è ‘u militare”.

L’Italia vinceva il Mondiale e lei partiva per la leva.
Al Car di Bari utilizzai la stessa faccia tosta mostrata con la signora del faretto. Nel 48° Battaglione Fanteria Ferrara c’era di tutto, ma mi salvò l’esperienza del villaggio. Il saper entrare in contatto con la gente. Se sai far ridere in un posto in cui non sorride nessuno sei a metà dell’opera.

L’empatia quindi.
Una dote che è mi è rimasta dentro e che nel tempo ho dovuto poi limare e smussare. Bastavano due persone e mi sentivo costretto a ostentare simpatia. Nei villaggi non era facile. Io ero partito dal gradino più basso. Facchino di cucina. Il palco venne dopo, acciuffando un microfono quasi per sbaglio. Mi esibivo per gente che spendeva tanto per sdraiarsi al sole, non era lì per me e non mi aveva scelto. I clienti andavano conquistati uno a uno e il bagaglio tecnico era quel che era.

E come se li conquistava?
Guardi questa, ero SF, SuperFiorello. (Uno scatto arcaico. La grana è spessa, i colori sbiaditi, il cielo azzurrissimo. Lui ha il mantello di Superman mosso dal vento, indossa un vestito di nylon e ha due lettere grossolanamente cucite sul petto: ‘Avevo gli addominali senza aver mai fatto neanche 10 minuti di palestra’). Qui, con 35 gradi all’ombra, erano appena arrivati i clienti. Dovevano vederti subito, perché al terzo giorno diventavi già una figurina sullo sfondo. Facevo di tutto per sorprenderli. In Tunisia, complice il pigmento, mi vestivo da vucumprà e andavo dagli italiani: “Compra tutto bella signora”. Una mattina piombarono i poliziotti incazzatissimi: “Italiano sono”, “Valtur, Valtur” iniziai a gridare. E loro, diffidenti: “Donne moi le papier”. Era un’animazione di cazzate e trovate arboriane, la mia. Mi fingevo assaggiatore e in livrea, con un altro cretino a spalleggiarmi, infilavo la forchetta nel piatto dei commensali. Una mattina benedii la colazione vestito da Papa. Andai sul tetto del bar con una cassa Montarbo, una prolunga da 20 metri e un microfono al collo. Modulavo il testo con il timbro lento di Wojtyla: “Veeeniteee a maangiaaaree, fratelli”. Facevo cose che oggi non riuscirei a fare. Erano avventure. In Costa d’Avorio mi imbottii di medicinali contro la malaria da cui mi salvò l’Autan, ma presi l’epatite C da farmaco. Le zanzare non si posavano, atterravano. Ho visto gente con 42 di febbre.

Suo padre era finanziere.
Papà era prima di tutto artista. È da lì che nasce tutto. Guardava me e mio fratello: “Minchia, minchia, hai la faccia d’attore” diceva a lui e a me: “Invece tu hai la faccia da cretino”.

E le dispiaceva?
Per niente. Era affettuoso e aveva capito tutto. Sapeva che sarei stato un allegro, irredimibile cazzaro e aveva ragione. Mi dispiace che non ci sia più e non abbia visto quasi niente. Se ne andò dopo una festa, giovanissimo, bello come il sole. Mamma mi diceva: “Andare in giro con tuo padre era difficile”.

La prima svolta fu Milano.
Ci arrivai perché Bernardo Cherubini, fratello di Lorenzo al grido di “dobbiamo andare a Milano perché è pieno di fica” mi prospettò un lavoro. Jovanotti iniziava a collaborare con Cecchetto. “Mi sa che gli fa fare i dischi” diceva convinto Bernardo. Partimmo.

Su Milano Bernardo aveva ragione?
In pieno. Quella Milano è difficile da spiegare. Una roba non naturale per uno catapultato dai villaggi alla fama ottenuta con la radio e le prime tv per ragazzi come Deejay. Proprio come uno youtuber di oggi, tra loro ero una star. Poi arrivò il Karaoke.

Partiste con 15 spettatori in piazza e finiste con 15.000. Berlusconi si ritrovò in casa una stella inattesa.
Qualche settimana fa mi hanno chiamato da Mediaset. Avevano la voce timida e spaventata: “Faresti gli auguri a Berlusconi?”. “Certo” ho detto e dall’altra parte, stupiti: “Davveeroo?”. Non vedo perché non avrei dovuto. Berlusconi editore era pazzesco. Libertario senza sbagliarne una.

Da ragazzo – e non solo – intrattenne anche lui.
Eravamo a una convention e dovevo presentare il Karaoke con Mike Bongiorno. A fine serata mi dissero che il presidente mi stava cercando. Mi venne incontro: “Bravo, canti da dio, ma tu lo sai che io, un tempo, sulle navi da crociera…”. Mi vedeva come un suo simile, quasi come un suo concorrente.

“Se mi chiedono degli anni 90 non so che dire – ha dichiarato – ero sempre all’Hollywood”.
La gente che ti riconosce, le ragazze che ti saltano addosso, andare fuori di testa è facile. Se in quel periodo ci fossero stati i cellulari, oggi non sarei qui. Sarei stato gettato in pasto ai social e sputtanato. Ma mica solo io, tutti. C’era una libertà impensabile in quella Milano. Lì per lì mi sono anche divertito, però a un certo punto avere la testa per concentrarmi su quello che dovevo fare risultò impossibile. Lì l’unica cosa che veramente non vedevamo l’ora di fare era uscire la sera. Berlusconi mi aveva anche avvertito: “Se non ti monti la testa farai strada”.

“Pensavo di essere felice e in realtà ero un pupazzo”.
L’ho detto perché è vero. Sono diventato famoso in due settimane e non ci ho capito più niente. Dai vizi mi salvò il ricordo di mio padre. “Sono un cretino – mi sono detto – che cazzo sto facendo?”.

Perché ammise l’uso della cocaina molti anni dopo esserne uscito?
Perché non ce la facevo ad andare avanti con quello scheletro nell’armadio e dovevo levarmi il peso. Mia madre si dispiacque tanto, anche per la vergogna, ma io volevo che tutti sapessero ogni cosa e che il passato fosse un libro aperto. Come si esce dai vizi non so dirlo perché io ce l’ho fatta da solo e ognuno è fatto a modo suo. Però ormai sono un esperto di schiavitù. So se uno si tocca il naso per un raffreddore dicembrino o per una dipendenza. So riconoscere una debolezza a vista.

Si orienta bene anche sul referendum?
Ascolti Grillo, pensi abbia ragione e voti No. Poi senti Renzi e ti chiedi: “Ma Grillo non era quello che voleva buttare giù il sistema?”. E se non ci capisco niente io, immagino la confusione totale di mia madre. La verità è che è un referendum su Renzi. Basta dirlo chiaramente.

Verdone sostiene che parlare di destra e sinistra sia diventata una rottura di coglioni.
Sottoscrivo. Carlo ha sempre ragione e questa volta ce l’ha di più.

A Edicola Fiore la politica sfuma nella satira.
È una satira leggera, senza la pretesa della parodia strutturata. Però non capisco perché in Italia la satira leggera abbia un’accezione negativa, mentre quella pesante è considerata fica a prescindere, anche quando non c’è il talento fantastico di un Guzzanti o di un Crozza. Dobbiamo dividerci i compiti e non possiamo fare tutti la stessa cosa. Perché se ho uno stile diverso dovrei scimmiottare gli altri?

È stato ambizioso?
Mai. E meno ero ambizioso, più cose mi arrivavano. “Sei sprecato – mi dicevano i clienti – dovresti farti vedere in giro”. Il solo pensiero mi faceva star male. Al villaggio, per trarre ispirazione o trovare talenti, venivano anche molti dirigenti tv. Invece di sgomitare, mi facevo da parte: “Se valgo qualcosa, di me si accorgeranno”. Era anche un riflesso della mia pigrizia. Io sono di una pigrizia che lei non può neanche capire o immaginare. Amo molto moglie e figli e amo molto anche il divano. Per lavorare di meno, da ragazzo architettavo idee folli. Edicola Fiore in fondo è un’appendice di quella filosofia. Mi fa lavorare poco, quindi va benissimo.

Però qualche provino l’ha fatto.
Solo uno, con Pippo Baudo. Ho il mio carattere. Sono un po’ sensibile e un po’ presuntuoso. L’idea che qualcuno potesse dirmi di no mi infastidiva. Il coreografo Renato Greco gli telefonò e lui telefonò a me: “Sono Pippo Baudo”, “Dai, chi cazzo sei?”. Mi convocò a Roma e mi trovai al Delle Vittorie. C’era gente che alzava la gamba con naturalezza. Gente che sapeva il fatto suo e che veniva congedata con il più triste dei “le faremo sapere”. Io non avevo preparato nulla. Arriva il mio turno e improvviso: “Qui ci sono un sacco di persone e ora che ci penso bene, vorrei andarmene. Però non ho i soldi e voi me li avete promessi. Sarebbe bello se me li deste per tornare”. Parlo, mi sciolgo e canto per 50 minuti. Coinvolgo Caruso al pianoforte e mi dimentico completamente del contesto. Alla fine Baudo intima “vieni con me”. “Minchia – mi dico – non l’ha fatto con nessuno”. “Sei bravo, ma non ti prendo perché non sei adatto a un numero da 3 minuti. Dovresti presentare, ma ci sono già io”. Quando andò a Mediaset mi richiamò. Avrei dovuto condurre un gioco in un suo programma però Pippo litigò con Berlusconi, si ritirò per 2 anni e quindi, arrivederci e grazie.

Che orizzonte temporale si è dato?
Io volevo smettere a 50, adesso ho spostato il confine ai 60. Vorrei essere io a decidere quando dire basta e prego sempre Susanna e le mie ragazze: “Fermatemi prima che sia troppo tardi”. Non voglio imporre la mia presenza a nessuno e poi non esiste solo la tv. C’è il teatro e tanto altro, non devo per forza stare in poltrona.

Niente più show del sabato sera quindi?
In questo momento è lontanissimo da me. Era un lavoro mostruoso, costellato da prove infinite. Io impazzivo. Arrivavo in diretta che ero morto. Oggi come oggi non ce la farei.

E domani?
Un’idea potrebbe essere farne un ultimo a 60 anni e finire in bellezza morendo sul palco.

Ne morirebbe chi la ama.
E non si fascerebbero la testa gli altri. Prima dei social network eravamo convinti di essere amati e basta perché quello a cui stavi sulle balle non veniva a dirtelo. Ora sappiamo che una delle regole fondamentali della vita è che non si può e non si deve piacere a tutti. Provarci è un errore comune. L’ho fatto anch’io.

Una cosa di cui è orgoglioso?
Non essere mai diventato ricco nella testa pur avendo guadagnato i soldi. Non mi serve la Ferrari e non mi serve una casa di 600 metri quadri. Non ce l’ho mai avuta la testa da ricco e mi sa che a questo punto non ce l’avrò mai.

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