Aldo Biscardi è morto. Aveva 87 anni. Rivoluzionò tv e linguaggio del calcio, inventandosi nel 1980 il Processo del Lunedì, quell’aperta sfida all’aplomb “tennico-tattico” della Domenica Sportiva della domenica sera, finendo già nel 1983 dopo la conduzione di Enrico Ameri e Marino Bartoletti, a dirigere in prima persona l’aula indisciplinata di accusa e difesa per rigori inesistenti e fuorigioco plateali. Con quella terrificante zazzera di capelli rosso-arancione, ciuffone rigonfio e kitsch contrario ad ogni legge gravitazionale dello spettatore tv, il Biscardi nazionale ha invece attirato su di sé gli sguardi di addetti ai lavori come di milioni di profani. Sdoganando opinione e istinto del tifoso qualunque, costruendo un format indistruttibile ed eterno, elevando a maitre a penser la figura del giornalista polemista, Biscardi ebbe l’intuizione lungimirante di porre il calcio in tv dove doveva essere in quegli anni: sopra a tutto. Anche se l’aspetto più incredibile di questo fenomeno nazional-popolare amato almeno per vent’anni quasi quanto la Nazionale azzurra, fu proprio nel manico. Aldo Biscardi, giornalista professionista fin dai primi anni cinquanta, ruolino di marcia invidiabile dentro la Rai fino alla vicedirezione del TG3 nel 1981, usava da sempre uno strano incomprensibile italiano per comunicare “scoob” di calciomercato e ululare in diretta chiamate straordinarie alla Telefono Giallo. Un “dipietrese” ante litteram, lui molisano di ferro da Larino (Campobasso), laurea in giurisprudenza come Tonino il fustigatore, con le t che si trasformano in d e le p in b, un cannibalico mangiarsi le sillabe finali delle parole che diventò diffuso sfottò da bar. Eppure Biscardi rimase saldo sul suo trespolo di giudice del Processo per almeno vent’anni. Il suo macroscopico difetto si trasformò in bizzarro pregio. Finendo addirittura per diventare un celebre spot tv in cui un attempato lord inglese gli consegnava una pergamena per i risultati raggiunti nell’imparare l’inglese (“meglio dell’italiano”, diceva l’insegnante) e Aldone sorridente rispondeva: “Denghiu”.

Cos’ha voluto dire il Processo del Lunedì per la tv italiana andrebbe chiesto a Pierluigi Pardo o a tutte quelle infinite trasmissioni modello “diretta-stadio” che sovraffollano il democratico proliferare di urla del digitale terrestre. Con quel suo alzare le mani con fare papale, con quel guardare di sghimbescio alla ricerca di un qualche immaginario assistente di studio da interpellare, Biscardi era un giudice equilibrato, sapeva modulare riflessioni azzardate con invettive più agitate, colpi bassi ed intuizioni geniali. Pensate a cosa è stato Maurizio Mosca per il Processo, e cosa il Processo ha voluto dire per Mosca. Il giornalista della Gazzetta comprese che lo spazio chiuso di un giornale dell’epoca aveva un suo sbocco originale e naturale a qualche poltrona di distanza da Biscardi. Un po’ come l’apostolo Pietro con Gesù, Mosca è stato il discepolo più fedele al verbo biscardiano del “fate caciara ma torniamo nei ranghi”. Mosca litigava con tutti, con Carmelo Bene, con Vittorio Sgarbi, con Luciano Moggi, con Pasquale Squitieri. E Biscardi lo lasciava fare, lo ascoltava, poi ogni tanto interrompeva. Surrealismo puro, il calcio che si perdeva per strada, e la rissa tv si allargava per diventare il caso odierno. Tanto che Mosca, appena Biscardi cominciò a faticare, a cambiare canale, a modificare il nome della trasmissione in Processo di Biscardi, andò in onda lui come giudice dell’ “Appello del Martedì”.

Che la via di Biscardi fosse lastricata di nemici, in un mondo assassino come quello di Calciopoli, lo si capì subito nei primi anni novanta. Nel 1993 in una delle storiche telefonate che Silvio Berlusconi farà di lì a poco in diretta a decine di programmi tv, ecco pizzicato Biscardi, che avrebbe con i suoi ospiti “mistificato” le doti dell’impero Mediaset/Mondadori/Milan. Il conduttore abbozzò qualche tentativo di difesa dalle ire del Cavaliere e resistette difendendo le tesi esposte nel suo Processo. Qualche anno dopo con il Processo finito su La7Gold, zeppo di ultrà travestiti da giornalisti, Berlusconi chiamerà ancora in diretta per svelare a Biscardi le sorti di Kakà. Tutto lo spumeggiante gesticolare del conduttore molisano si era però già trasformato in pura genuflessione all’allora potentissimo B.

La favola di Biscardi eroe nazionalpopolare subì il definitivo colpo proprio con l’inclusione del nostro nell’affaire Calciopoli. Agli atti la celebre telefonata tra lui e Moggi, habitué con diritto di sfottò modello Al Capone durante il Processo, dove l’ex dg della Juve ordina a Biscardi di tagliare gli episodi da moviola del Processo contro la Juve. Le intercettazioni sono già storia. Moggi chiede di accorciare fuorigioco, salvare arbitri, tagliare letteralmente alcune azioni incriminate, e Biscardi riduce, salvicchia, tagliuzza, e rassicura il dg. Già, il Moviolone. Che nell’anno dell’introduzione del VAR (Video Assistant Referee) sui campi di calcio italiani, Biscardi ci lasci, significa comunque che un cerchio si chiude. Lui che con il suo Moviolone – una moviola tridimensionale che ingrandiva l’azione al punto da dare al telespettatore la sensazione di partecipare allo scontro di gioco – aveva convinto i pallonari italiani che la sua intuizione fosse la soluzione a tutti i mali e alla corruzione pro grandi squadre, si era fatto beccare perfino a taroccare linee di area e tacchetti in tridimensione per tenersi buoni i suoi ospiti circensi. Peccato per quella macchia sul finire di carriera, perché Biscardi ci ha dato quello che almeno per qualche ora nella vita abbiamo voluto con tutto il cuore: accapigliarci per un fallo o un fuorigioco inesistente sapendo che acclarata la verità, un po’ come in tante vicende sociali e politiche del nostro paese, il risultato della partita non sarebbe mai potuto più cambiare.