Quella che doveva essere una consultazione sulla volontà d’indipendenza del popolo catalano è diventata un voto per la democrazia. Il rispetto della legalità costituzionale promessa dal presidente del governo spagnolo, Mariano Rajoy, si è trasformato in manganellate e oltre 800 feriti. Tra le dichiarazioni di sfida provenienti da Barcellona e le risposte a tono, verbali e non, di Madrid, a stupire è il silenzio dei partiti politici europei che hanno assistito passivamente alla crescita della tensione, fino alla violenza, durante il voto catalano. “Questa è una grande occasione persa dall’Unione Europea – dice a Ilfattoquotidiano.it il filosofo Massimo Cacciari, ex sindaco e europarlamentare – L’occasione di proporsi come quell’Europa dei Popoli che tutti noi vorremmo, capace di ergersi a mediatore e garante delle esigenze di tutte le anime che la compongono. Invece, hanno dimostrato totale ignoranza riguardo al dossier spagnolo, lasciando, con il loro colpevole silenzio, che una semplice consultazione si trasformasse in uno scontro così violento”.

Dal punto di vista puramente giuridico, spiega Angela Del Vecchio, docente di Diritto dell’Unione Europea alla Luiss, le istituzioni europee avevano le mani legate. “Se ci atteniamo all’aspetto giuridico – spiega a Ilfattoquotidiano.it – all’Unione Europea non possono interessare le divisioni interne ai Paesi membri, ma solo le entità statali. È con loro che si rapporta e comunica, non con le diverse anime che le compongono. Se lo facesse, darebbe importanza a una moltitudine di movimenti secessionisti e indipendentisti sparsi in Europa. Come gli altri movimenti spagnoli, quelli belgi, il movimento còrso e quello nordirlandese”.

Cacciari, però, non accetta di ridurre la questione del voto catalano a un’analisi tecnica. In gioco, spiega il professore, c’è la legittimazione dell’Ue agli occhi degli Stati membri. Una questione più politica che tecnica. “Il silenzio dei vari partiti politici europei – continua il filosofo – è ancora peggio di una semplice assenza: è la dimostrazione di una totale ignoranza, una non conoscenza della questione catalana. Stiamo parlando di un disastro ampiamente annunciato, viste le dichiarazioni di entrambe le parti. Bastava intervenire politicamente e proporsi come mediatore tra le parti, istituire un tavolo di dialogo o, almeno, spiegare a Rajoy, che in questa vicenda ha dimostrato una stupidità culturale e strategica sorprendente, che dichiarare il referendum illegale, appoggiato dalla Corte Costituzionale, sarebbe bastato a far finire questo voto nel dimenticatoio, come nel 2014”. Invece, si è lasciato che a dettare legge fossero i manganelli della Guardia Civil che è andata a stanare gli organizzatori del referendum ai seggi e a impedire a centinaia di persone di votare. “Se avessero permesso il voto – continua il professore – alle urne si sarebbe presentato un 50-60 per cento dei catalani e le percentuali di ‘sì’ sarebbero state tali da dimostrare che la maggioranza degli abitanti della regione autonoma non è interessata all’indipendenza. Quella dell’indipendenza catalana, nel 2017, è una battaglia senza senso, ma il governo di Madrid l’ha fatta diventare una lotta per la democrazia”.

Ora, però, lo scontro tra l’esecutivo spagnolo e le forze indipendentiste sembra aver raggiunto livelli tali da non permettere un passo indietro da parte di una delle due parti in causa, almeno nel breve periodo. Oriol Junqueras, vicepresidente del governo catalano, ai microfoni del Corriere della Sera ha dichiarato che la Generalitat de Catalunya è pronta al dialogo, ma che andranno avanti rispettando gli esiti del voto: “La democrazia non deve subire minacce. Votare è quello che voglio, è lo strumento migliore per decidere. Una repressione di questo tipo è incredibile in una democrazia europea”, ha detto. A ribattere è stato il ministro della Giustizia spagnolo Rafael Catalá: “Useremo tutti i mezzi legali a nostra disposizione per ripristinare l’ordine in Catalogna”. E questo, come è già stato dimostrato, può significare anche l’uso della forza.

Nonostante il clima pesante, il portavoce della Commissione Europea, Margaritis Schinas, ha dichiarato che il presidente Jean-Claude Juncker – che ieri si è sentito telefonicamente con Rajoy – è disponibile a discutere della questione catalana in audizione al Parlamento Europeo, ma che “si tratta di un problema interno alla Spagna”. Tradotto: non interverremo. “Perseverano nell’errore – continua Cacciari – e perdono una grande occasione. L’Unione Europea poteva ergersi a ruolo di mediatore, di Europa dei Popoli che fa da paciere tra le diverse anime che la compongono. Invece, con questo distacco, si conferma quel gigantesco marchingegno burocratico che in molti l’accusano di essere”.

Ruolo che i politici di Bruxelles non sempre ricoprono. In occasione delle elezioni politiche, ma non solo, alle quali hanno corso candidati di partiti cosiddetti populisti o neonazionalisti, molti rappresentanti della classe politica europea, tra cui lo stesso Juncker, si sono esposti contro l’avanzata del “pericolo” populista. “In quel caso – sostiene Cacciari – hanno ben chiaro il proprio nemico e, quindi, lo attaccano in difesa della propria identità. In casi come quello catalano, però, non sono capaci di distinguere chi sia il loro nemico, ossia il caos politico che si può generare, e quindi rimangono zitti. Così facendo, offrono un assist proprio ai partiti populisti che cercano di combattere”. Di rischi per l’Unione Europea, però, ce ne sono: perdere la Catalogna, uno dei quattro motori economici d’Europa. “Nell’ipotesi di una secessione – conclude Del Vecchio – la Catalogna rimarrebbe fuori dall’Europa e dovrebbe avviare da capo l’iter per entrare a farne parte. Il problema è che serve l’unanimità dei Paesi membri e non credo che Madrid e altri Paesi che combattono i movimenti indipendentisti in casa loro voterebbero in favore dell’entrata della Catalogna nell’Unione”.

Twitter: @GianniRosini